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L'intonaco costituisce la superficie esterna di un edificio: di conseguenza è la pelle che racchiude tutta l'opera costruita. La sua funzione è quella di rifinire la costruzione e di proteggerla dagli agenti atmosferici.

Fin dalla preistoria, le strutture in legno, canne intrecciate, terra, pietra o muratura venivano rivestite con un intonaco per riparare l'edificio dal freddo, dall'umidità, ma anche dal calore. Spesso, inoltre, la superficie intonacata veniva dipinta con colori vegetali stemperati in un legante organico. Anche sugli edifici costruiti con mattoni lasciati a vista, di solito venivano applicate leggere stesure di colore sia per unificare e rendere omogenea la superficie, sia per limitare l'assorbimento dell'acqua da parte dei mattoni.

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Forse già l'uomo delle palafitte proteggeva e ispessiva la struttura lignea con un rinzaffo di argilla e fibre vegetali, facilmente reperibili lungo i corsi d'acqua, completando l'opera con una stesura di sterco di cavallo, che ha la proprietà di rendere meno assorbente la superficie: del resto ancora oggi in molti paesi del mondo si usa lo stesso tipo di rivestimento.

Anche le fortificazioni costruite in pietra venivano intonacate per proteggere ulteriormente gli interni dal freddo e dall'umidità. In Toscana i muri di confine dei poderi in genere erano lasciati a vista solo se costruiti a secco, altrimenti erano sempre rifiniti con un intonaco che poteva essere di terra o più spesso costituito di calce e sabbia.

Raramente, quindi, e in particolar modo nei paesi freddi e umidi, troviamo edifici privi di intonaci di rivestimento e senza una protezione.
Nel caso di palazzi nobili o pubblici, inoltre, in passato gli intonaci venivano spesso affrescati. Gli affreschi di facciata che ancora oggi si conservano costituiscono una testimonianza di fondamentale importanza per la ricostruzione del tessuto urbano e del decoro civico che caratterizzava la città antica.
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Oltre a costituire un'esplicita ed esibizionistica manifestazione di potere, queste facciate affrescate assolvevano ad una vera e propria funzione di decoro ed abbellimento dello spazio urbano.
La conservazione degli intonaci di rivestimento o la loro ricostituzione è di primaria importanza per il corretto mantenimento dell'edificio e il loro restauro, specialmente per quanto riguarda gli edifici storici, deve essere rispettoso dei materiali e dei colori originali individuati attraverso l'analisi della struttura e le stratigrafie degli intonaci.

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Materiali costitutivi
Il rivestimento di una superficie architettonica (supporto murario) è costituito da un impasto a consistenza plastica detto malta. La malta è composta da uno o più componenti detti "agglomerati" - calce, gesso, terre argillose – miscelati con acqua le quali, a seconda del loro coefficiente di ritiro, possono essere usati da soli oppure con l'aggiunta di "cariche". Le cariche a loro volta possono essere inorganiche –sabbia di cava o di fiume, pozzolana, cocciopesto, polvere di pietra o marmo – oppure organiche - paglia, setole animali, pula di cereali ecc. L'aggiunta della carica è necessaria per ridurre la contrazione e quindi lo screpolamento della malta durante l'asciugatura.

Le malte a base di argilla, paglia e sabbia sono considerate le più antiche. Questi intonaci venivano spesso lisciati e poi coperti da una stesura di caolino, di gesso, oppure di calce, in modo da ottenere un fondo bianco uniforme che a sua volta poteva servire da supporto per le decorazioni pittoriche. Ancora oggi questo tipo di malta si trova usata frequentemente in Asia Minore, in Oriente (Tibet) e laddove la calce non è facilmente reperibile.

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La malta con gesso non ha bisogno di aggiunta di cariche in quanto il ritiro del gesso è praticamente nullo. Questo tipo di impasto è stato usato fin dall'antichità su strutture in terra argillosa o in pietra dalla Mesopotamia all'Egitto.

La malta a base di calce è invece la più usata. Adoperata inizialmente nel bacino del Mediterraneo ha avuto una larga diffusione, ed è generalmente usata su supporti in pietra, mattone o cemento.

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Tecnica di esecuzione degli intonaci a base di calce e sabbia
A seconda della tipologia della struttura muraria l'intonaco a base di calce può essere costituito da una o più stesure.

In caso di supporti in pietra o misti (mattone e pietra), e comunque su superfici non omogenee e particolarmente scabrose, si applica un primo "rinzaffo", ovverosia si cerca di uniformare e livellare la parete su cui verrà poi steso l'arriccio. Il rinzaffo si ottiene miscelando sabbia di grana grossa e calce. Questa malta, che non deve mai essere troppo liquida, viene gettata con forza contro la parete. Lo spessore dipende dagli avvallamenti e dalla disomogeneità della superficie: in quei punti dove è elevato si inseriscono frammenti di mattoni in modo da evitare un eccessivo ritiro con conseguente craquele dell'intonaco. E' importante che il rinzaffo sia perfettamente asciutto, prima di applicare la successiva stesura di arriccio.

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L'arriccio è costituito da una parte di calce e due di sabbia di varia granulometria, ma nel complesso sempre grossolana. È importante non aggiungere acqua nella malta: questa deve essere stesa in modo da compenetrare nella scabrosità del rinzaffo. Lo spessore dell'arriccio è in relazione alla presenza di fratture e sconnettiture del muro di supporto: in genere non deve essere inferiore al mezzo centimetro, ma può anche non sussistere qualora il supporto murario sia particolarmente levigato.

La stesura d'intonaco finale è detta anche ‘velo' ed è costituita da una malta ottenuta con sabbia a grana molto fine. La sua applicazione può essere effettuata sull'arriccio o direttamente sul supporto murario dopo aver preventivamente bagnato le superfici. Il suo spessore può raggiungere e superare il mezzo centimetro, anche se in genere è notevolmente inferiore, soprattutto se la malta è ricca di calce.

Cause di degrado
Le cause di degrado di un intonaco sono molteplici e possono essere suddivise in naturali e antropiche. Fra quelle naturali, oltre ai terremoti, alle alluvioni e gli assestamenti strutturali il fattore di degrado principale è l'umidità e quindi l'acqua nelle sue diverse forme. La pioggia picchiando sulla superficie provoca un'abrasione meccanica che, inizialmente superficiale, penetra sempre più velocemente nella porosità della malta comportandone la distruzione. Inoltre, combinandosi con l'inquinamento atmosferico si trasforma in acqua acida provocando la corrosione del carbonato di calcio di cui è costituito l'intonaco e scatenando delle reazioni chimiche che trasformano il carbonato in solfato di calcio (gesso) con disgregazione del manufatto (si veda la relazione del dott. Ferracuti).

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L'acqua ghiacciando all'interno dei pori subisce dei movimenti dimensionali che provocano la decoesione della malta con conseguente disgregazione e perdita della medesima, ma il danno maggiore è quello provocato da umidità di risalita in quanto, inquinata da sali solubili, sale per capillarità lungo i muri andando ad evaporare sulla superficie dell'edificio provocando una cristallizzazione dei sali contenuti in essa con conseguente decoesione e pulverulenza materica.

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Altra causa sono l'erosione del vento oppure il pulviscolo atmosferico che si cementa nelle scabrosità della superficie formando croste nere.

Fra i danni antropici, i più frequenti sono graffi, iscrizioni, incisioni della superficie e, soprattutto, una mancata manutenzione dell'edificio. Per non parlare dello smog, delle vibrazioni prodotte dal traffico urbano o di una non corretta tecnica di esecuzione. E' fattore di deterioramento anche l'utilizzo di materiali di restauro non appropriati, come colori o fissativi di natura sintetica che, non essendo compatibili con la materia originale del manufatto ne accelerano il processo di degrado.

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Analisi critica dell'intervento di restauro
Il restauro delle superfici architettoniche e quindi degli intonaci deve essere valutato caso per caso tenendo conto del valore storico dell'edificio, dell'epoca di esecuzione, dello stile e dei colori originali che un tempo lo caratterizzavano. Inoltre il restauro va differenziato a seconda che si tratti di una superficie semplicemente tinteggiata oppure affrescata. Nel secondo caso il problema è più complesso, in quanto dobbiamo recuperare la memoria storica dell'edificio senza trasformarlo in un reperto archeologico. Tuttavia, anche di fronte a semplici tinteggiature, prima della ristrutturazione sarebbe opportuno, attraverso ricerche storiche, documentazioni fotografiche ed analisi stratigrafiche degli intonaci, individuarne le originarie cromie e studiarne i materiali compositivi. In entrambi i casi, un fattore di estrema importanza per una corretta ricostruzione è costituito dalla conoscenza delle tecniche antiche e dei materiali costitutivi tradizionali.
Qualora un edificio sia stato oggetto, nei secoli, di nuove manomissioni che ne hanno definitivamente alterato l'aspetto originale, sarebbe doveroso ripristinare l'immagine conferita all'immobile dall'ultima trasformazione, analizzando, durante i lavori, le varie fasi di ristrutturazione al fine di documentarne la storia. Non è più ammissibile, invece, quello che è avvenuto in un recente passato, ossia la "scarnificazione" di palazzi per mettere in mostra elementi architettonici di epoche diverse (pietre e mattoni, archi, finestre tamponate, porte gotiche, finestre tonde, quadrate ecc.), creando un puzzle astorico, antiestetico e di chiara derivazione astrattista. In passato, invece, nei vari periodi storici ogni elemento architettonico, decorativo o funzionale che fosse, non era mai fine a sé stesso e si integrava armonicamente nel contesto urbano e paesaggistico circostante.
Così come è storicamente scorretto spogliare i muri dal loro rivestimento ad intonaco per riportare a vista i mattoni. Questi antichi borghi hanno assunto un appiattimento cromatico (ulteriormente deturpato da interventi di restauro non appropriati quali stuccature improprie fra mattone e mattone, realizzate talvolta con malte cementizie) che non corrisponde assolutamente al loro aspetto originale.
Il colore riveste ancora oggi una grande importanza nel contesto architettonico di una città. Questo non vale solo per le facciate affrescate, ma per le stesse tinteggiature degli edifici che, pur non avendo un particolare valore artistico, sono comunque indizi rivelatori di una sensibilità antica che sapeva armonizzare e compenetrare il paesaggio urbano con quello naturale.
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Proposta di intervento
Proporre la definizione di un intervento "tipo" per il restauro di una superficie intonacata è impossibile e metodologicamente scorretto. Ogni restauro è un caso a sé e le generalizzazioni possono portare a gravi errori.
Ogni manufatto è condizionato dal tipo di materiale di cui è composto (pietra, terra, laterizio, intonaco ecc.) da un particolare degrado, perfino dalla sua collocazione geografica (montagna, pianura, mare, grande città, piccolo borgo) e deve essere quindi trattato individualmente.
Più che proporre un indirizzo metodologico generale, in questa sede è invece più opportuno fornire le indicazioni per l'elaborazione di un progetto di restauro in cui, attraverso una ricerca storica e filologica e scientifica, sono analizzati tutti i fattori inerenti l'opera d'arte e il suo stato di degrado, al fine di elaborare la metodologia di intervento più corretta ad ogni singolo caso.
Attraverso la progettazione dell'intervento siamo in grado di acquisire sistematicamente tutti gli elementi conoscitivi ricavabili dal manufatto e dal contesto di cui è parte integrante, favorendone lo studio comparato. Solo in questo modo, infatti, il restauro diventa un momento metodologico fondamentale per la conoscenza globale dell'opera d'arte e, di conseguenza, per la sua corretta conservazione nel tempo. Il progetto richiede la collaborazione e il dialogo aperto e costruttivo di figure professionali diverse quali, ad esempio, il restauratore, lo storico dell'arte, il chimico, il biologo, il geologo, l'architetto. I risultati delle indagini e le informazioni acquisite consentono un ampio raggio di ricerca indispensabile al fine di valutare le migliori scelte operative e la metodologia di intervento più idonea, le modalità di valorizzazione e di fruizione dell'opera, pianificando i tempi e i costi del restauro. La progettazione assume naturalmente una maggiore importanza soprattutto nel caso di edifici di valore storico artistico e di superfici affrescate.

Impostazione di un progetto di restauro per superfici intonacate

  • Rilievo architettonico
  • Rilievo fotogrammentrico
  • Analisi e rilievo grafico e fotografico delle modifiche strutturali
  • Analisi e rilievo grafico e fotografico dello stato di conservazione
  • Rilievo grafico e fotografico di singoli elementi architettonici (finestre, porte, archi, bassorilievi, ecc.)
  • Analisi chimiche per l'individuazione dei materiali di cui è costituito il manufatto (mattoni, pietre, marmo, intonaci, elementi in ferro ecc.ecc.) e della natura del degrado.


Intonaco non dipinto

Indagini stratigrafiche per l'individuazione delle tinte originali e della loro datazione (molto importante per l'eventuale recupero cromatico) con documentazione delle medesime tramite acquerelli.

Valutazione delle cause di degrado e costituzione di scannafossi e vespai in caso di umidità di risalita

Demolizione del vecchio intonaco, "cuci e scuci" dei mattoni e delle parti ammalorate

Ricostituzione dell'arriccio e dell'intonaco finale eseguito preferibilmente con calce aerea e sabbia

Tinteggiatura con colori stemperati in latte di calce


Intonaco dipinto

Analisi e rilievo grafico della tecnica pittorica

Analisi chimica e sezioni stratigrafiche dei colori e della tecnica pittorica

Analisi e rilievo grafico dello stato di conservazione

Analisi chimica dei fenomeni di degrado

Preconsolidamento del film pittorico a rischio

Pulitura preliminare della superficie dipinta

Pulitura finale ad impacco con un supportante e un solvente appropriati al problema

Consolidamento del film pittorico al supporto e ricoesione materica del medesimo

Consolidamento dell'intonaco pittorico all'arriccio e dell'arriccio al muro

Stuccatura delle lesioni e delle lacune

Reintegrazione pittorica


OPPURE PIU' SPECIFICATAMENTE

Documentazione fotografica e grafica della struttura e dello stato di conservazione dell'intonaco

Rilievo architettonico

Rilievo fotogrammentrico

Analisi e rilievo grafico e fotografico delle modifiche strutturali

Analisi e rilievo grafico e fotografico dello stato di conservazione

Rilievo grafico e fotografico di singoli elementi architettonici (finestre, porte, archi, bassorilievi, ecc.)

Analisi chimiche per l'individuazione dei materiali di cui è costituito il manufatto (mattoni, pietre, marmo, intonaci, elementi in ferro ecc.ecc.) e della natura del degrado.

Valutazione critica dell'importanza di conservare o meno l'intonaco o ricostituirlo ex nuovo qualora non dipinto

Analisi dello stato di conservazione dell'edificio:

Stato di conservazione delle coperture

Presenza di umidità di risalita

Scarsa manutenzione delle grondaie

Analisi dello stato di conservazione dell'intonaco:

Distacco fra gli strati

Solfatazione

Presenza di sali solubili

Esfoliazioni del film pittorico

Presenza di muffe e licheni

Interventi per il risanamento della struttura muraria

Demolizione delle parti ammalorate

Intervento di cuci scusi dei mattoni ammalorati

Creazioni di scannafossi o vespai o tagli del muro in caso di umidità di risalita

Analisi critica dell'edificio e del suo rivestimento per valutare in caso di degrado l'eventuale demolizione dell'intonaco o la sua conservazione


1. intonaco non decorato o di scarso valore storico


Indagine stratigrafiche per l'individuazione delle tinteggiature originali
Demolizione degli intonaci
Ricostituzione a imitazione dell'originale
Tinteggiatura delle parete con la tonalità originale individuata con la sezione stratigrafica


2. intonaco non decorato ma di valore storico


Valutazione delle percentuali delle zone degradate
Demolizione delle zone degradate
Ricostituzione delle medesime a imitazione dell'originale e delle parti originali circostanti
Tinteggiatura delle parti ricostituite con tonalità da armonizzarsi alle parti originali,
individuate attraverso le sezioni stratigrafiche in precedenza eseguite.


3. intonaco dipinto

Preconsolidamento del film pittorico e dell'intonaco a rischio
Pulitura preliminare del materiale incoerente attraverso una spolveratura o qualora il colore fosse particolarmente decoeso la pulitura sarà effetuata attraverso il tamponamento con interposizione di un foglio di carta giapponese.
Pulitura finale per diffusione ad impacco con supportante e solvente appropriato alla situazione e alla tecnica pittorica.
Consolidamento e ricoesione della pellicola pittorica al supporto
Consolidamento interstrato, e consolidamento dell'intonaco pittorico all'arriccio e questo al muro
Stuccatura e rifacimento degli intonaci mancanti con calce e sabbia ad imitazione materica e estetica dell'originale.
Presentazione estetica con integrazione pittorica del dipinto con ricostituzione delle parti cromatiche mancanti.
Protettivo della superficie con prodotti minerali
Impossibile determinare una metodologia specifica senza avere di fronte la vera situazione di degrado, comunque i materiali di pulitura e consolidamento devono essere compatibili con la materia originale.

Bibliografia

  • G. Botticelli: Metodologia di restauro delle pitture murali Centro DI
  • Simona Rinaldi: Tecniche di pittura murale dall'alto Medioevo al Quattrocento - Lithos Iditrice
  • Istituto centrale del restauro: Dimos parte 1 tecniche di esecuzione e materiali costitutivi Dimos parte 2 Fattori di deterioramento

Le pavimentazioni stradali dei nostri centri storici erano caratterizzate dall'uso delle pietre locali alternate a tratti in laterizio. I selciati delle nostre vie più antiche erano caratterizzati da un sapiente uso delle differenti pietre in funzione della loro superficie, sempre ruvida per impedire cadute accidentali, del loro colore, alternato in molti casi per raggiungere soluzioni cromatiche particolarmente suggestive, del formato che, a differenza del porfido, non era quasi mai in cubetti di piccole dimensioni ma in blocchi di dimensioni varie ma superiori ai 30 centimetri per lato. Non erano rari i casi di esecuzioni particolarmente elaborate con la parte centrale curva a schiena d'asino e le canaline laterali leggermente incassate per consentire la rapida evacuazione ed evitare ristagni di acque meteoriche. In alcuni casi erano evidenziate le corsie di scorrimento delle ruote dei carri e nelle strade in forte pendenza venivano posate in opera le pietre in successione con file parallele alternate in rilievo al fine di facilitarne il percorso anche ai cavalli. La ricchezza e la varietà delle trame non consente di definire delle tipologie ricorrenti in quanto la creatività e la disponibilità di formati diversi ha lasciato segni difficilmente riconducibili ad una matrice comune, anche se dalle tracce rimaste e da documenti storici possiamo considerare come tradizionale e comune a molti centri della nostra provincia il selciato nelle sue due varianti con blocchi squadrati e levigati o con ciottoli di fiume rettificati nella faccia superiore.
Da un'attenta analisi del territorio provinciale tra le pavimentazioni più antiche e significative per uso di materiali appropriati, trame e disegni originali (oltre a quelle note dei centri maggiori) possono essere segnalate:

  1. pavimentazioni in blocchi di arenaria con compluvio centrale a Borgo di Arquata foto 1
  2. pavimentazioni in lastre di arenaria di grandi dimensioni montate ad opus incerta a Piedilame, Pretare e Trisungo sempre in Comune di Arquata foto 2
  3. acciottolato con selci di fiume di cui si conserva un tratto originale a Poggio Canoso di Rotella foto 3;
  4. pavimentazioni in blocchi rettangolari di arenaria grigio-rosata posata a schiena d'asino con canali di raccolta laterali ancora evidenti a Poggio Canoso di Rotella foto 4;
  5. pavimentazioni in blocchi rettangolari di areanaria grigio-rosata poste in opera a cerchi concentrici nella Piazza di Ceresola in Comune di Smerillo.foto 5

Frequenti sono i casi di pavimentazioni in laterizio nei centri disposti lungo la costa che presentano lavorazioni particolari, le più comuni sono quelle con corsi posti a rilievo nei tratti in salita.
A partire dalla fine degli anni '70 del secolo scorso una moda lanciata, non senza interessi diretti, da alcuni produttori ma che ha trovato facile eco tra gli amministratori locali, ha portato alla sostituzione dei nostri stupendi selciati con pavimentazioni in cubetti di porfido (a volte lastre) proveniente prevalentemente dal Trentino. Laddove questo materiale è stato utilizzato ha portato alla dispersione degli antichi selci nel mercato del materiale di recupero, destinati prevalentemente a facoltosi privati. La difficoltà odierna nel reperire il materiale e i costi elevati praticati dalla poche cave rimaste ha fatto si che del selciato si sia persa la memoria e anche nei casi di interventi di rilievo si preferisca ricorrere a materiale di importazione dall'estero con effetti neanche paragonabili a quelli storici.
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LE TECNICHE COSTRUTTIVE
Le tecniche di realizzazione delle pavimentazioni stradali, indipendentemente dal materiale utilizzato e dalle trame, sono sostanzialmente comuni a tutti i centri indipendentemente dalla loro localizzazione ed hanno subito poche modifiche dai modelli originari che risalgono all'epoca Romana quando dominava il “basolato” in tutto il territorio dell'impero.
Si provvedeva a stendere uno strato di sabbia di media granulometria al disopra del tracciato stradale in terra battuta e ben costipata, su questo veniva predisposta la pavimentazione con gli elementi a contatto e ben pressati, quindi venivano riempite le connessioni con sabbia fine lavando con acqua in abbondanza. Dopo alcuni giorni, necessari alla costipazione e all'assestamento della pavimentazione, si ripassava la superficie di nuovo con sabbia fino a saturazione.
Le malte non venivano quasi mai usate e, in particolare nei casi in cui erano presenti vani sottostrada, i capitolati per le opere pubbliche prescrivevano espressamente l'utilizzo della sola sabbia al fine di garantire la traspirazione dei locali sottostanti.
Le recenti pavimentazioni in cubetti di porfido, contrariamente agli stessi consigli della manualistica specializzata diffusa dai produttori, vengono quasi sempre completate con una colatura di asfalto liquido nelle interconnessioni che contribuisce a dare un effetto estetico del tutto avulso dalla tradizione locale.

IL RECUPERO DELLE PAVIMENTAZIONI STRADALI
Per quanto concerne il recupero delle pavimentazioni stradali occorre dire che, nel caso di pavimentazioni originali sia in pietra che laterizio, l'operazione è quanto mai semplice e alla portata di maestranze anche non qualificate. E' sufficiente ripetere le semplici operazioni indicate sopra per garantire una riuscita dell'intervento, anche in caso di sostituzione di elementi mancanti o non recuperabili.
Il problema più serio appare l'approvvigionamento delle materie prime nel caso di pavimentazioni in pietra o in ciottoli di fiume, molte delle cave di provenienza del materiale originario sono infatti esaurite da tempo, ma una seria ricerca di mercato (anche senza ricorrere agli elevati costi del materiale di recupero) consente facilmente di reperire materiali conformi agli originali e, anche per i ciottoli di fiume, sono oggi attive ditte che ne riproducono le caratteristiche anche utilizzando materiale di cava levigato in superficie.
Una nota a parte merita il caso degli interventi di ripristino localizzati in aree limitate e prevalentemente legati ad operazioni di manutenzione o sostituzione degli impianti pubblici a rete. In queste occasioni si tende ad operare con estrema superficialità e ad un utilizzo frequente di materiali e tecniche di esecuzione dei lavori non adeguati si pensa di ovviare con l'utilizzo di abbondanti colate di malta cementizia al di sopra degli scavi, riposizionando il materiale in maniera casuale e con evidenti incongruenze soprattutto dal punto di vista cromatico per poi colare nuovamente la malta nelle interconnessioni. Così facendo si crea una discontinuità nella pavimentazione, affiancando ad una parte estremamente flessibile e in grado di adattarsi alle mutate condizioni di utilizzo (aumento dei carichi, mutate condizioni di smaltimento delle acque meteoriche o di falda), un'altra rigida e compatta; non sono rari i casi in cui a lavori ultimati, una volta restituita la strada al normale traffico, si creano gradini o fratture che alterano il profilo stradale in maniera grave con conseguenze potenzialmente pericolose, legate alla modifica nella disciplina delle acque superficiali e alle infiltrazioni nei punti di contatto che possono compromettere anche la stabilità degli edifici circostanti.
Evitare l'uso di malte di qualsiasi tipo e composizione rappresenta una regola da seguire sempre in caso di interventi di ripristino ed è consigliata in tutti i casi di sostituzione o realizzazione di nuove pavimentazioni stradali, siano esse in pietra o laterizio.

INDICAZIONI DI BIOARCHITETTURA
La tecnica di realizzazione delle pavimentazioni stradali è rimasta immutata anche perché ha consentito un facile adeguamento alle mutate esigenze alternatesi nel corso dei secoli, ecco che alla necessità di impianti di smaltimento delle acque reflue si poteva rispondere facilmente attraverso la rimozione e la rimessa in pristino del manto stradale senza difficoltà, senza necessità di demolizioni onerose o di produzione di materiale di risulta da smaltire con elevati costi di trasporto. Tutto il materiale in sito veniva semplicemente rimosso, accantonato in prossimità del cantiere e successivamente rimesso in pristino. Con l'utilizzo delle malte tutto ciò non avviene più e la stessa rimozione del manto stradale diventa un'operazione impegnativa, da realizzare con mezzi d'opera costosi e che consumano molta energia, che produce grande quantità di materiale da smaltire in discarica; il recupero del materiale originario non sempre è possibile o economicamente conveniente, la malta aderisce molto tenacemente alla pietra e molto di più al laterizio, consigliandone spesso direttamente il conferimento in discarica in quanto la manodopera necessaria alla pulitura incide molto di più del costo del materiale nuovo.
Tutto ciò comporta un elevato impatto ambientale dell'intera operazione in quanto oltre alla produzione di rifiuti (oggi riutilizzabili ma ad un livello più basso e dopo una selezione meccanica che consuma comunque energia), richiede un ulteriore impiego di materie prime non rinnovabili per sostituire quelle già in opera.

Le zone costiere e collinari ricchissime di quell'argilla, tanto avara da un punto di vista della produzione agricola, hanno privilegiato l'utilizzo del laterizio, derivato dalla cottura dell'argilla stessa. Non è tradizione delle nostre zone l'uso del laterizio solamente essiccato al sole, il lateres citato da Vitruvio non si ritrova nei nostri centri storici forse anche per la facile deperibilità del materiale. Tale tecnologia costruttiva non viene comunque utilizzata in epoca recente e non si trovano nelle ricerche di archivio effettuate segnalazioni di strutture produttive di tale materiale.
Il laterizio rappresentava una soluzione ai principali problemi in quanto elemento riproducibile in tanti esemplari sulla base di uno stampo unico (o quasi); il prodotto finito poi era l'ideale per il trasporto in quanto modulare e facilmente movimentabile con ogni mezzo di trasporto sia esso a trazione animale o umana.
Il basso livello tecnologico necessario alla produzione del laterizio e la grande disponibilità della materia prima permetteva di operare in loco, senza necessità di grandi strutture; bastava una piccola fornace in mattoni, spesso ricoperta di terra, e il "fornaciaio" operava nello stesso sito dove l'edificio veniva costruito con economie considerevoli. Non è raro trovare la volta in laterizio di una di queste piccole fornaci, vicino agli edifici colonici, scavando dove appare una macchia di terreno più scuro o dove affiorano pezzi di laterizi anneriti dal fumo.
Il laterizio, proprio per la massima flessibilità dimensionale veniva codificato nelle sue misure fin dall'antichità e sostanzialmente ogni epoca storica ha dimensioni diverse anche se di poco. Con il passaggio alla produzione standardizzata si provvedeva a stabilire precise norme all'interno degli Statuti Cittadini dove erano indicate le varie misure rapportate all'uso; tali norme venivano affisse all'interno della città nei principali luoghi di ritrovo.
Il laterizio quando veniva usato per le strutture portanti verticali assumeva tipologie differenti a seconda delle epoche storiche, dell'importanza dell'edificio e della disponibilità economica del proprietario. Quelle giunte fino a noi possono riassumersi in:

  • Muratura a sacco con doppia parete in laterizio e riempimento con pezzame di laterizio o pietra, unito a malta di calce o semplice argilla nelle tipologie più povere; (Foto a)
  • Muratura piena a tre o più teste legata con malta di calce; (Foto b)
  • Muratura ad elevato spessore realizzata prevalentemente con laterizio di recupero dotata di elementi in pietra o legno in funzione di diatoni finalizzati a collegare le due pareti. (Foto c)


Le finiture esterne
Le principali finiture esterne nelle murature portanti in laterizio possono riassumersi nelle seguenti tipologie:
1. Finitura ad intonaco.
Era questa la tecnica di gran lunga più usata. Negli edifici più antichi la superficie delle murature in laterizio non veniva quasi mai lasciata a vista, uno strato di sacrificio rappresentato da un intonaco a spessore o da una semplice scialbatura rappresentava la soluzione ai problemi di disomogeneità cromatica, di irregolarità nei corsi murari (quando si utilizzava pezzame o materiali di recupero) e di durata nel tempo quando il materiale usato non era di prima qualità.
(Foto 1)
2. Finitura faccia a vista con stuccatura rabboccata a raso; a volte con stilatura dei giunti al fine di regolarizzarne la trama.
Questa tecnica veniva usata prevalentemente quando si disponeva di materiale di recupero di dimensioni non uniformi, lo spessore delle stuccature veniva accentuato al fine di comprendere al suo interno i diversi spessori e la malta in eccesso utilizzata per allettare il laterizio veniva spalmata sulla faccia esterna per chiudere le irregolarità negli spigoli che nel materiale riutilizzato perdevano spesso il filo originario. Prima della completa asciugatura della malta la superficie muraria veniva passata alla pezza per eliminare la porosità residua.
(Foto 2)
3. Finitura faccia vista con stuccatura a rilievo in malta di cemento al fine di regolarizzare i giunti.
E' una tecnica che consentiva di dare omogeneità anche in caso di uso di materiale non perfettamente calibrato e che presentava difformità (non eccessive) soprattutto nello spessore, molto frequenti sono i casi in cui la faccia esterna del laterizio veniva bocciardata, sempre per raggiungere un livello di uniformità maggiore nel paramento esterno.
(Foto 3)
4. Finitura faccia a vista con lavorazione "a cortina".
Solo negli ultimi tre secoli, man mano che progrediva la tecnica di produzione del laterizio, si è venuta affermando, soprattutto per gli edifici monumentali, una tecnica di esecuzione di grande suggestione rappresentata dalla regolarizzazione e lavorazione delle facce del laterizio con strumenti abrasivi, al fine di dare forme particolari alle cornici, ai cornicioni, agli elementi decorativi e di consentire il montaggio dei laterizi in perfetta aderenza, limitando al minimo lo strato di malta.
Questo sistema richiedeva a monte una accurata lavorazione e una ancor più accurata selezione del materiale in quanto la levigatura, asportando lo strato superficiale, portava in superficie gli strati interni maggiormente porosi nonché le imperfezioni dovute alle impurità non eliminate in fase di impasto.
(Foto 4)
La recente moda di disintonacare le pareti mettendo in luce gli interventi susseguitisi sulla struttura, sottolineandoli anche a volte in maniera eccessiva, ha reso eccessivamente omogenei i fronti prospettici delle nostre città, facendo perdere ai nostri centri i caratteri cromatici originari che possono ritrovarsi in traccia ormai solo in edifici non ristrutturati nella parte sommitale della parete protetta dal cornicione.
Tale pratica, legata alla scarsa conoscenza delle tecniche originarie, all'uso di premiscelati per la stuccatura e al metodo di lasciare il laterizio in risalto, arretrando la stuccatura dei giunti, tende a falsare la percezione del paramento murario costruendo trame non compatibili con le caratteristiche originarie degli edifici.

IL RECUPERO DELLE MURATURE IN LATERIZIO
Nel caso di interventi di recupero delle murature in laterizio occorre operare come appresso indicato, in rapporto alle diverse tipologie:


- Muratura a sacco con doppia parete in laterizio e riempimento con pezzame di laterizio o pietra, unito a malta di calce o semplice argilla nelle tipologie più povere.
Tra le murature in laterizio questa è quella che presenta più problemi da un punto di vista della coesione con conseguenti ripercussioni sulla statica dell'edificio. La mancata manutenzione ordinaria di molti di questi edifici, legata all'abbandono o alla limitata disponibilità economica porta in breve tempo l'apparato murario ad uno stato critico difficilmente recuperabile se non con interventi radicali.
a. Il maggior problema per le murature di questo tipo è rappresentato dalle infiltrazioni da acque meteoriche che, penetrando dal tetto nello strato di riempimento, ne provoca rapidamente il degrado per dilavamento del legante, normalmente rappresentato da malta di calce molto magra se non addirittura da argilla mescolata con inerti di vario tipo ma molto scadenti. Una volta iniziato questo fenomeno se non preso in tempo porta con una rapidità estrema alla separazione delle due pareti in laterizio con conseguente distacco e crollo prima della parete esterna (priva di intonaco che ad elevati spessori svolge una limitata funzione strutturale) e successivamente di quella interna con collasso dei solai (con inizio dal tetto) situazione quasi irreversibile se non affrontata per tempo e con costi notevoli.
(Foto 5)
b. Altro problema frequente riguarda fenomeni di cedimento fondale differenziato, soprattutto in corrispondenza degli spigoli a valle, (legato prevalentemente a mancata disciplina delle acque superficiali o a fenomeni di scorrimento degli strati superficiali di riporto) che crea situazioni di dissesto, inizialmente limitate con lesioni spesso non passanti, ma che se trascurate portano in tempi lunghi allo stesso fenomeno sopra indicato dello svuotamento del riempimento interno ad opera delle acque meteoriche con le conseguenze già esaminate.
(Foto 6)
Per gli interventi di cui sopra occorre procedere come appresso indicato:
1. in caso di fenomeno di dilavamento dello strato interno in fase iniziale normalmente è sufficiente un intervento di manutenzione ordinaria, ripristinando l'efficienza del tetto o delle fondazioni.
In particolare nel caso di intervento sulle fondazioni occorrerà tendere a garantire la massima uniformità nelle condizioni di appoggio, privilegiando le operazioni di sottofondazioni in muratura, evitando il ricorso ad interventi con micropali da adottare solo ove non esistano valide alternative.
2. Qualora nel fenomeno di degrado sia limitato alla parte sommitale della parete o alle aree nelle immediate vicinanze della lesione e ancora non siano stati coinvolti i solai occorre intervenire con il sistema del cuci-scuci esteso alle parti poste nelle immediate vicinanze, provvedendo nel contempo alla ricostituzione del nucleo interno e limitate colature di boiacca di calce.
Per interventi di recupero nei casi di avanzato stato di degrado occorre procedere come appresso indicato:

  • rimozione del materiale crollato e recupero dei laterizi riutilizzabili;
  • ricostituzione del nucleo interno superiore alla muratura ancora in sito con malta di calce e inerti costituiti da solo pezzame di laterizio, previa limitata colatura di boiacca di calce all'interno dello strato sottostante;
  • ricostruzione della muratura crollata con materiale di recupero e riempimento interno con malta di calce e inerti costituiti da solo pezzame di laterizio, inserendo collegamenti tra le due pareti in laterizio anche con barre di acciaio, soprattutto nelle zone d'angolo maggiormente sollecitate.

3. Quando invece il fenomeno di degrado si manifesti con fenomeni di crollo e coinvolgimento dei solai l'intervento dovrà essere radicale unendo agli interventi sopra descritti la totale demolizione dei solai coinvolti e la ricostruzione degli stessi con materiali conformi agli originali al fine di non aumentare il carico sulle fondazioni.

Note.
Ove il laterizio di recupero non è disponibile o non è sufficiente al completamento dell'intervento occorre provvedere al reintegro con materiale le cui caratteristiche meccaniche siano simili a quelle della restante muratura. A tal fine occorre evitare l'uso del cosiddetto "mattone comune" trafilato di produzione recente, le cui caratteristiche meccaniche sono completamente diverse rispetto all'originale e costituirebbero elemento di discontinuità strutturale con problemi seri in caso di interventi localizzati.
(Foto 7)
L'uso del mattone "a pasta molle", riproposto recentemente sul mercato da numerose aziende, consente di unire la produzione industriale all'esigenza di un prodotto con caratteristiche di porosità e resistenza molto simili a quelle del mattone antico, senza necessariamente ricorrere al "mattone fatto a mano" i cui costi per interventi di grande entità potrebbero risultare proibitivi.
(Foto 8)
Qualora la parete esterna sia prevista con finitura faccia a vista occorrerà porre particolare attenzione alla colorazione sia del mattone di recupero che di quello nuovo richiedendo espressamente, in questo secondo caso, una accurata selezione delle argille da parte del produttore.

Nel caso di murature a sacco, è opportuno evitare quanto più possibile di intervenire con iniezioni a pressione di malte additivate, in quanto l'indeterminatezza della distribuzione delle stesse all'interno della muratura (legata alla non costante consistenza dello strato interno e alla difficoltà di stabilire con certezza l'entità del dilavamento) potrebbe creare seri problemi statici, aumentando in alcuni casi il dissesto stesso soprattutto quando la pressione diventa maggiore della coesione tra i laterizi, legata alla qualità della malta utilizzata.

E' importante tenere conto delle direttive sugli interventi di restauro emanate dal Ministero Beni Culturali in occasione degli interventi di recupero degli edifici danneggiati dal terremoto che colpì l'Umbria e le Marche nel 1997 inviata a tutte le Soprintendenze Italiane[1], in particolare laddove indica che:

  • L'intervento deve mirare a far recuperare alla parete una resistenza sostanzialmente uniforme e una continuità nella rigidezza, anche realizzando gli opportuni ammorsamenti qualora mancanti.
  • Le perforazioni armate sono da evitare come intervento sistematico di consolidamento della muratura per l'insieme di impatti prodotti.
  • In generale sono da evitare comunque le demolizioni di parti edilizie significative nella storia delle trasformazioni del manufatto e di particolare valore storico artistico, anche se presentano gravi sintomi di instabilità quali strapiombi o estese lesioni.


c. Un tipo di degrado comune a tutte le tipologie di muratura in laterizio è rappresentato dall'erosione della faccia esterna del mattone dovuta a fattori naturali quali il vento, il gelo o le acque meteoriche.
(Foto 9)
Questo fenomeno in molti casi è accentuato dalla rimozione dell'intonaco esterno tanto di moda oggi. Infatti l'uso di un laterizio di pessima qualità (mattoni poco cotti o realizzati con argille inadatte e non vagliate) non era quasi mai legato ad imperizia delle maestranze ma per lo più alla necessità di diminuire i costi di costruzione in caso di limitata disponibilità economica; l'acquisto dei mattoni di scarto e del pezzame (espressamente vietato dai capitolati elaborati per i lavori più importanti) unito alla difficoltà nel mantenimento costante e uniforme della temperatura di cottura nei forni, faceva si che si disponesse di grandi quantità di materiale residuo venduto a bassissimi prezzi. Alla scarsa qualità della materia prima si sopperiva sempre con un intonaco di buona qualità che proteggendo la faccia esterna del laterizio ne limitava il degrado.
Una cottura non uniforme, legata alle differenze di temperatura interna al forno, produceva a temperature troppo basse mattoni friabili di colore rosso intenso o a temperature troppo elevate mattoni con superficie facilmente sfaldabile di colore giallo-verde.
- Il mattone rosso risulta facilmente attaccabile dagli agenti atmosferici quali il vento e le acque meteoriche, che lo erodono con estrema rapidità[2].
- Il mattone giallo-verde presenta caratteristiche cristalline e una durezza superiore alla media, ma un aspetto estetico difficilmente accettabile presentando bruciature e serie irregolarità dimensionali e risulta facilmente attaccabile dal gelo che tende a sfaldarne la facciata esterna, procedendo in zone particolarmente esposte con estrema facilità verso l'interno, giungendo anche a creare seri problemi statici per l'apparato murario.
d. Altro problema legato alla qualità dell'argilla è rappresentato dalla presenza di caolino che una volta posto in opera il laterizio comporta, all'aumento dell'umidità ambientale (a volte dopo il lavaggio effettuato ad ultimazione della posa), un distacco della parte superficiale e la messa a nudo del grano di calcare bianco (detto anche "calcinello"). Questo fenomeno è meno preoccupante da un punto di vista statico in quanto crea problemi solamente da un punto di vista estetico, il distacco è infatti limitato ed avviene con forme tronco-coniche che raramente interessano una porzione consistente del laterizio e rimangono sempre in superficie.
(Foto 10)
Gli interventi di recupero in questi due ultimi casi casi sono tutti risolvibili con la realizzazione di un buon intonaco esterno realizzato a calce con inerti selezionati, per la cui realizzazione si rinvia al successivo capitolo sulle finiture esterne. Qualora per l'importanza dell'immobile sia necessario il mantenimento della faccia a vista occorrerà ricorre alla sostituzione delle porzioni rovinate con interventi di cuci-scuci effettuati con laterizi dello stesso tipo e colore dell'esistente, procedendo come sopra indicato.

1. Finitura ad intonaco.
L'intervento su superfici ad intonaco su supporto in muratura avviene normalmente attraverso la rimozione e il rifacimento con le stesse tecniche e materiali dell'originale. Per l'esecuzione del nuovo intonaco si procederà come segue[3]:

  • pulitura supporto esistente con idropulitrice a bassa pressione o asportazione degli intonaci esistenti con azione manuale;
  • esecuzione di intonaco rustico per esterni tirato in piano, eseguito con malta di calce idraulica, costituito da strato di rinzaffo di consistenza fluida con inerte a base di sabbie grossolane selezionate, applicato a cazzuola su supporto preventivamente bagnato; strato di arriccio su supporto già indurito e opportunamente bagnato, costituito da calce idraulica naturale, applicato a mano con cazzuola e successiva staggiatura;
  • esecuzione di strato di stabilitura in malta di calce aerea e sabbie fini selezionate, applicato con spatola metallica e lavorata al fratazzo metallico e fratazzo di spugna.


Le composizioni dei leganti per i vari strati sarà la seguente:
RINZAFFO:
SABBIA GROSSOLANA ASCIUTTA
(granulometria: 2 parti 1,5/5 + 1 parte 0,5/1,2) 6 vol.
CALCE IDRAULICA NATURALE [4] 3 vol.[5]
ACQUA quantità varia

ARRICCIO:
SABBIA VAGLIATA ASCIUTTA (granulometria: 0,5/1,5) 8 vol.
CALCE IDRAULICA NATURALE 2 vol.
CALCE AEREA IN PASTA (grassello) 1 vol.

STABILITURA:
SABBIA FINE ASCIUTTA (granulometria: 0,5/0,8) 2 vol.
CALCE AEREA IN PASTA (grassello) 2 vol.

L'esecuzione di intonaco colorato è sempre auspicabile quando si tratti di ripristino di colori esistenti, ma è consigliabile anche in edifici non tutelati.
In caso di esecuzione di tinteggiatura a fresco, lo strato colorato (STABILITURA) va posto su intonaco rustico (RINZAFFO), eseguito secondo le indicazioni di cui sopra opportunamente bagnato e sarà costituito da malta di calce aerea e sabbie fini selezionate, pigmentata esclusivamente con terre naturali, pietre colorate macinate o ossidi, applicato con fratazzo metallico e ripassato al fratazzo di spugna.
Non è prevista alcuna limitazione all'uso del colore purché le tecniche esecutive siano quelle di cui sopra e il colore derivi da TERRE NATURALI, PIETRE COLORATE MACINATE o OSSIDI.

In caso di intonaci di pregio, colorati o che presentino decorazioni di rilievo occorrerà provvedere ad una verifica di dettaglio delle porzioni distaccate e, ove necessario, ad iniezioni con resine eseguite da personale specializzato in interventi di restauro.
In genere si consiglia di procedere come appresso indicato[6] :

  • Battere l'intonaco per individuare i punti di distacco;
  • Forare con un trapano in più punti l'intonaco staccato;
  • Utilizzando una peretta in gomma iniettare dell'acqua per verificare i punti da cui l'acqua fuoriesce, da stuccare con malta di calce;
  • Iniettare con una siringa una soluzione di resina acrilica ed acqua, ripetendo l'operazione ad intervalli fino a che l'intonaco battuto non indichi la completa adesione, qualora il distacco sia notevole occorrerà mischiare la resina con carbonato di calcio ed acqua eseguendo l'operazione di iniezione con la peretta in gomma;
  • Nei casi di maggiore entità del distacco occorrerà puntellare l'intonaco con assi di legno, fino all'avvenuta adesione, interponendo tra questi e l'intonaco un panno spesso al fine di evitare abrasioni.


2. Finitura faccia a vista con stuccatura rabboccata a raso; a volte con stilatura dei giunti al fine di regolarizzarne la trama.
Per gli interventi di recupero occorrerà procedere come appresso indicato:

  • rimozione della stuccatura originaria con scarnitura manuale delle connessioni tra i laterizi;
  • risarcimento delle fughe con malta costituita da calce e sabbia fine non di frantoio, eseguito con cazzuola, ponendo particolare attenzione alla tonalità originaria della malta;
  • trattamento superficiale con piccolo fratazzo o tampone di panno.

Nell'intervento occorrerà evitare l'uso di tutti quei prodotti che presentano malte additivate con resine di vario tipo tendenti a migliorarne e ad accelerarne la presa, prediligendo malte di sola calce ed inerti selezionati che mantengono la traspirabilità totale delle stuccature, garantendo altresì la totale compatibilità con la malta originaria utilizzata per murare il laterizio.
In linea di principio l'inserimento di uno strato di intonaco normalmente non rappresenta un elemento negativo in quanto molto probabilmente all'origine tale strato era presente nella facciata esterna, anche con presenza di un colore dato a fresco.

3. Finitura faccia vista con stuccatura a rilievo in malta di cemento al fine di regolarizzare i giunti.
Sono frequenti i casi di distacco di porzioni anche consistenti di stuccatura in quanto tale tipo di finitura si prestava particolarmente agli attacchi degli agenti atmosferici (tra tutti il più aggressivo risultava il gelo), da notare ad esempio come sia praticamente assente nelle zone montane.
Il recupero di questo tipo di finitura presenta difficoltà soprattutto nel trovare la tonalità cromatica conforme all'originale, operazione che di norma presenta non poche difficoltà per la differenza delle materie prime utilizzate e per i fenomeni di invecchiamento dell'esistente che ne hanno alterato sia l'aspetto superficiale che il colore, pertanto gli interventi dovranno essere estesi ad aree ben più vaste di quelle interessate dal fenomeno di degrado, quando non a tutta la facciata.
Altro problema può essere rappresentato dalla bocciardatura superficiale del laterizio, laddove presente, quando si renda necessaria la sostituzione o l'integrazione di laterizi mancanti, in quanto questa tecnica si è andata perdendo per il laterizio e la riproposizione della trama originaria sulla faccia esterna del mattone è un'operazione che richiede molta perizia.
In caso di intervento occorrerà procedere come segue:

  • rimozione accurata della stuccatura con sistemi meccanici evitando accuratamente l'uso di acqua o sabbia a pressione;
  • scarnitura manuale delle connessioni tra i laterizi da eseguirsi con spazzola di saggina, al fine di rimuovere in profondità la malta degradata;
  • ricostruzione della finitura a rilievo eseguita in più fasi per strati di spessore non superiore ai 2/4 mm. al fine di limitare al massimo le lesioni dovute al ritiro;
  • rifilatura superficiale utilizzando una sagoma in legno;
  • pulitura accurata a fresco del laterizio con sola acqua e spazzola di saggina.


4. Finitura faccia a vista con lavorazione "a cortina".
Gli interventi di recupero sono limitati alla sola sostituzione dei laterizi degradati in quanto questo tipo di finitura non presenta stuccature.
E' questa la tipologia che presenta maggiori difficoltà nel recupero, in particolare per quanto concerne il laterizio da utilizzare le cui caratteristiche estetiche, dimensionali, chimico-fisiche e meccaniche debbono essere molto simili agli originali in quanto la lavorazione a cortina non consente la correzione delle imperfezioni superficiali e dimensionali. Ulteriori difficoltà sono rappresentate dalla tecnica di esecuzione che necessita di una particolare padronanza, non sono infatti consentiti errori in quanto l'assenza di fughe e della conseguente stuccatura non permette di normalizzare gli errori commessi in fase di preparazione del materiale da sostituire. Lo stesso smontaggio della porzione di muratura da sostituire rappresenta una fase estremamente delicata e richiede l'opera di personale specializzato, in quanto la perfetta aderenza del materiale non consente l'agevole rimozione del materiale degradato, soprattutto quando si tratta di singoli mattoni e il reinserimento dei nuovi deve essere effettuato con cura, spesso con microritocchi in loco.

INDICAZIONI DI BIOARCHITETTURA
Il bilancio energetico.
Gli edifici costruiti con murature portanti in laterizio presentano normalmente spessori elevati (nei piani terra degli edifici più antichi si raggiunge anche il metro di spessore), con conseguenti vantaggi in termini di bilancio energetico dell'intero edificio, le dispersioni di calore sono minime e la temperatura interna abbastanza costante, anche in assenza di riscaldamento.
Anche aumentando le dimensioni delle aperture, in genere, la situazione non cambia di molto in quanto la sostituzione dei vecchi infissi con i moderni dotati di vetro termico e guarnizioni di tenuta all'aria consente un miglioramento tale da compensare l'aumento delle superfici disperdenti.

Problemi di biocompatibilità e inquinamento indoor.
Un problema frequente per gli edifici in muratura portante è rappresentato dalla presenza di umidità di risalita, soprattutto nei piani terra degli edifici. Tale fenomeno, modificando in modo considerevole le caratteristiche termo-igrometriche dell'apparato murario, compromettono l'efficienza energetica dell'intero edificio, richiedendo interventi a volte pesanti e costosi. La soluzione di questo problema comporta un attento studio sulla biocompatibilità dei sistemi e dei materiali utilizzati, in particolare occorrerà evitare:

  • operazioni di taglio dell'apparato murario con conseguente realizzazione di barriere che incidono pesantemente sulla statica dell'edificio e aumentano, in casi di piani sottostanti, il problema al di sotto del taglio effettuato;
  • interventi con iniezioni di resine tendenti a saturare la muratura a pressione o per capillarità, in quanto molti dei prodotti utilizzati presentano problemi di biocompatibilità e raramente risolvono il problema in maniera radicale;
  • realizzazione di intonaci o guaine impermeabilizzanti in quanto a breve il fenomeno si riproporrà ai piani più alti e la vivibilità degli ambienti interni ne risentirà in modo considerevole in quanto verrà del tutto eliminata la traspirabilità della parete con possibili fenomeni di condensa, di affioramenti di muffe, e conseguente insalubrità degli ambienti interni.

Una possibile soluzione del problema è rappresentata dalla rimozione dell'intonaco esistente (che spesso proprio per la presenza di umidità veniva realizzato in cemento additivato con prodotti impermeabilizzanti), e dalla conseguente realizzazione sia all'interno che all'esterno di intonaci altamente traspiranti ad elevato spessore, costituiti da almeno tre strati a differente granulometria, costituiti da malta di calce idraulica e inerti selezionati. La realizzazione di intonaci in cemento osmotico può rappresentare una possibile alternativa in quanto tendono allo stesso risultato con costi notevolmente inferiori; ma con risultati che, pur simulandone l'effetto, raramente raggiungono l'efficienza dell'intonaco a calce.

[1] MINISTERO DEI BENI CULTURALI E AMBIENTALI Comitato nazionale per la prevenzione del patrimonio culturale dal rischio sismico - Istruzioni generali per la redazione di progetti di restauro dei beni architettonici di valore storico-artistico in zona sismica. 1998
[2] Il livello di degrado di un edificio realizzato con mattoni poco cotti e senza alcuna protezione superficiale, sottoposto ai venti è possibile vederlo nel centro storico di Grottammare in Via C. Peretti.
[3] Tratto da: "Prontuario del recupero" allegato al Piano di Recupero del Centro Storico di Grottammare - 1998
[4] Prodotto ottenuto dalla calcinazione di calcare marnoso a temperature > 1250°
[5] Il dosaggio dei leganti in peso si ottiene moltiplicando i dosaggi in volume per i seguenti pesi specifici (DIN 18550)
GRASSELLO DI CALCE (con 50% di acqua) 1,30 Kg/l
CALCE IDRAULICA NATURALE 0,90 Kg/l
SABBIA BAGNATA ASCIUTTA (con il 2,5% di acqua) 1,50 Kg/l
[6] G. Forti – Antiche ricette di pittura murale

La villa rurale con tutto il suo complesso agricolo rappresenta il caposaldo di un sistema di organizzazione sociale e culturale che ha caratterizzato per secoli tutte le aree agricole esterne alla cerchia delle mura della città. La loro diffusione sul territorio provinciale, con questa ricerca ne sono state individuate 138 [Sc. D], può farci parlare di un sistema urbanistico che, fino alla prima metà del XX sec., si è mantenuto inalterato è ha determinato la percezione e la struttura del paesaggio.
Oggi si pone il problema di studiare le componenti di questo sistema urbanistico che, per l'eccessivo e caotico sviluppo delle città, rischia di essere ignorato e di perdere la propria valenza; la conoscenza è la fase primaria e necessaria per poter intervenire in una fase di restauro o di recupero e proporre nuove funzioni che rispettino il manufatto e al tempo stesso lo rendano più attuale.

La mezzadria nelle Marche
Condizioni geografiche, storiche ed economiche
Il territorio marchigiano è caratterizzato da una morfologia estremamente varia dove l'elemento più rappresentativo è sicuramente l'area collinare. Movendosi trasversalmente alla linea di costa si riescono ad individuare tre fasce caratteristiche che, soprattutto nella provincia ascolana, risultano piuttosto omogenee.
La fascia litoranea, caratterizzata da una stretta lingua di terra per lo più pianeggiante, ubicata tra il mare (la spiaggia) e le prime colline. Questo tratto, di una larghezza media tra i 300 e i 1.000 m pur essendo pianeggiante risultava il meno sfruttato a fini agricoli. Questa zona, fino alla fine del XVIII sec. era quasi totalmente paludosa e soggetta all'erosione marina. Tutta l'attività agraria si svolgeva a partire dalle prime colline che si affacciano sul mare (Capodarco, Torre di palme, Cupramarittima, Monteprandone). Il territorio come lo vediamo oggi è il frutto di un'imponente attività di bonifica effettuata ad opera di famiglie lungimiranti (come la famiglia Salvadori a Porto S. Giorgio) che hanno drenato e stabilizzato le aree prossime al mare. Da allora questi terreni ricchi di humus sono stati intensamente coltivati per tutto il XIX sec. Oggi la fascia costiera risulta quasi interamente satura con una serie di località balneari ottocentesche che, soprattutto nel loro sviluppo più recente, hanno sottratto spazio all'agricoltura per destinarla l'attività edilizia. Centri come Porto Sant'Elpidio, Porto San Giorgio, Grottammare, San Benedetto del Tronto, solo per citarne alcuni, hanno visto decuplicarsi la loro area urbana nel giro di mezzo secolo, inglobando il più delle volte le grandi ville agrarie.
La fascia collinare costituisce i 2/3 dell'area in esame ed è caratterizzata, un po' come in tutte le Marche, da un dolce andamento crescente dal mare verso gli Appennini con quote altimetriche medie di 200/300 m s.l.m. per giungere a circa 600m s.l.m. sulle aree pedemontane.
La zona collinare è inoltre caratterizzata, nel suo aspetto morfologico, dal fenomeno dei calanchi, localmente conosciuti come ripe (soprattutto nell'area di Ripatransone), che si presentano come forti erosioni nel terreno dovute sia a cause antropiche che naturali, nel calanco l'argilla del sottosuolo torna in vista e determina un forte contrasto con le tonalità verdi o marroni del paesaggio agricolo.
La fascia montana, nella nostra provincia, è costituita dall'imponente massa dei monti Sibillini: "...di formazione mesozoico-calcarea, con profili molto incisi e marcati, raggiungono quote abbastanza elevate. Spicca su tutti il monte Vettore che , con i suoi 2487 metri, rappresenta la massima altitudine dell'intera regione.." (Persi-Pasquali, Ville e residenze gentilizie nel territorio fermano). Questa zona è caratterizzata, soprattutto nelle aree più basse, da allevamenti e ridotte colture.
Altro elemento caratteristico è la struttura a pettine del sistema vallivo. Le tre fasce che stiamo descrivendo risultano infatti suddivise, trasversalmente alla linea di costa, da un'altra maglia più fitta costituita dagli alvei fluviali, che ha poi determinato la successione valle – crinale – valle tipica del paesaggio marchigiano. I fiumi principali che interessano e delimitano la provincia di Ascoli sono, partendo da nord: il Chienti, il Tenna, l'Ete vivo, l'Aso, il Menocchia, il Tesino ed il Tronto. Il loro andamento, torrentizio per buona parte della loro lunghezza, poi sempre più lento, ha nel tempo formato ampie e profonde valli tra loro parallele. A questa struttura, piuttosto regolare, si aggiungono poi tutta una serie di piccoli ruscelli o fossi che rompono l'andamento regolare dei crinali generando sottosistemi vallivi di dimensione molto ridotta. Per il loro andamento fortemente torrentizio e la ridotta portata d'acqua questi fiumi (ad eccezione del Chienti), hanno scavato le valli senza però definire una vasta zona pianeggiante intorno al loro letto fluviale salvo che nella loro parte terminale. Infatti prendendo ad esempio il Tenna, solo nell'ultimo tratto si ritrova una zona pianeggiante, dove è localizzata peraltro una delle poche ville di pianura: Villa Trevisani. A formare una vallata di più vaste dimensioni è invece il Tronto che, una volta lasciata la città di Ascoli, ha creato un lunga e sufficientemente ampia fascia pianeggiante. L'unico che fa eccezione è, a nord, il Chienti, il fiume con maggior portata d'acqua nelle Marche che con il suo letto ha determinato una ampissima valle pianeggiante che si sviluppa in gran parte nella provincia di Macerata e per una minima parte nel territorio di Porto Sant'Elpidio.

Condizioni storiche ed economiche
Le marche meridionali vantano una storia molto antica, da scavi effettuati negli anni '90 sono state rinvenute, nel fermano, necropoli di civiltà villanoviane (IX sec. a.C.), testimonianza di un'antichissima attività umana in queste terre.
Il III sec. a.C. è connotato dalla dominazione romana che non sembra abbia stravolto il sistema di conduzione agricola impostosi fino ad allora; mancano ritrovamenti di grandi ville di tipo latifondistico quindi è lecito supporre che la conduzione rimanesse di medie dimensioni, forse anche a causa dell'estrema varietà e incoerenza del territorio.
Le invasioni barbariche portano i territori di Ascoli e Fermo sotto la sfera dei Longobardi e dei Goti, e la storia vissuta in questi luoghi (dalla caduta dell'impero romano fino al IX sec.) ripercorre in linea di massima la storia di tutta la penisola italiana.
Dal V sec. si ha un rapido processo di disinurbamento, le grandi città perdono il loro ruolo egemonico, con conseguente concentrazione della popolazione intorno a castelli e rocche: piccoli centri, sovente sorti sopra le struttura di una grande villa, che controllavano secondo le note regole feudali un'area circoscritta di territorio.
Dal IX sec. si assiste alla dominazione dei Carolingi che influirà molto sulla riorganizzazione del territorio. A determinare una svolta nel mondo agricolo sono sicuramente gli ordini religiosi: i monasteri Farfensi che rappresentano una sorta di stato autonomo sparso su tutto il territorio. La loro opera di dissodamento di ampi appezzamenti di terreni boschivi o incolti e la successiva messa a coltura, risultano fondamentali per la riorganizzazione del mondo agricolo ponendo le basi per una ripresa dell'attività produttiva con conseguente crescita demografica alle soglie del nuovo millennio. Il concetto di enfiteusi (cessione del terreno ad un colono in cambio del versamento di una tassa) si sviluppa proprio grazie agli ordini religiosi e costituisce il modello alla base del più moderno concetto di mezzadria.
Nel periodo dei comuni si ha un avanzamento culturale delle tecniche di coltivazione e di organizzazione del mondo contadino, sorgono numerose comunità di ridotte dimensioni dislocate capillarmente sul territorio conferendo così alle aree extraurbane una struttura semi urbana.
Il XV ed il XVI sec. portano un ulteriore sviluppo dei centri culturali e commerciali-produttivi, il periodo delle signorie è però connotato da lotte sanguinose tra le famiglie che hanno come conseguenza diretta quella di indebolire sempre più i grandi centri, chiudendoli in se stessi, e di distogliere l'attenzione politica dal mondo agricolo. Risale comunque alla metà del '400 l'introduzione nelle Marche meridionali di un nuovissimo sistema di gestione della produzione agricola, la mezzadria classica: "...Il conducente fornisce al mezzadro o tumbaro (così detto perché vive nella tumba) le scorte e i mezzi di lavoro oltre la metà del seme; in cambio riceve la metà del raccolto[1].
Dalla fine del XVI sec. tutto il territorio torna sotto il controllo diretto della Santa Sede e si prepara a vivere un lungo periodo di relativa tranquillità.
È proprio in questo momento che inizia una prima fase di urbanizzazione della campagna ad opera della nobiltà che, vistosi sottratto il potere politico all'interno dei centri cittadini, decide di concentrare le proprie forze e risorse nell'attività agricola. Queste famiglie possedevano già numerosi appezzamenti di terra ma non li controllavano direttamente; la villa diventa quindi lo strumento per imporre potere e magnificenza anche al di fuori della città e controllare più direttamente le fasi del raccolto e della produzione agricola. Il potere di queste famiglie dipende unicamente dalla produttività del terreno, pertanto la villa acquista una grande valenza, è il centro propulsore di tutta l'attività e diventa un vero polo organizzato e specializzato. La produzione agricola si indirizza verso una fase di massimizzazione dei profitti.
Nella campagna, sul finire del cinquecento, si avvia quindi un processo di urbanizzazione che ricalca con qualche secolo di ritardo quello delle città. Viene costruita una villa (il corrispettivo della cattedrale o del centro civico) che struttura con le sue parti una sorta di ordine gerarchico in un territorio finora disabitato e attorno ad essa sorgono le case coloniche (la residenza sparsa). Questa lettura può essere effettuata anche attraverso le tecniche costruttive, la casa del padrone è costruita in mattoni e pietra con finiture sempre più ricche mentre la casa colonica è il più delle volte realizzata in argilla (come le abitazioni in legno dei primi borghi delle città)
La rivoluzione francese, conferendo un ruolo primario alla nuova borghesia, dà notevole slancio a questa fase ascendente del mondo rurale. I nuovi nobili (la borghesia arricchita che acquista, soprattutto dalla restaurazione in poi, i titoli dei nobili decaduti) "invadono" le aree extraurbane investendo il loro capitali in un bene immobile e sicuro: la terra, costruiscono ville per controllare l'attività del colono fondando veri e propri centri produttivi.
Proprio nell'800, a seguito di questa "conquista di terre" si iniziano a vedere i frutti dell'aggressione operata ai danni del paesaggio e del sistema idrogeologico (disboscamenti, massimizzazione della produttività) con i primi fenomeni di erosione e di formazione dei calanchi.
Fino alla seconda guerra mondiale, la popolazione della campagna superava quella delle città e l'aumento demografico era direttamente proporzionale alla possibilità di estendere le terre coltivabili con acquisizioni delle proprietà ecclesiastiche (fino al XIX sec.), bonifiche delle aree paludose e disboscamenti nelle aree collinari. Ma quando questo fenomeno si blocca per la mancanza di ulteriori terreni da acquisire alla produzione, il rapporto tra aree agricole e coltivatori si interrompe.
L'inizio del XX° sec, vede il settore agricolo in una situazione di stasi, l'industria (pur se poco presente nelle marche meridionali) spinge la popolazione ad un progressivo inurbamento, soprattutto verso la zona costiera e i grandi centri. Il sistema mezzadrile risulta ormai superato, ma nelle nostre terre non si assiste ad una sua sostituzione o riforma. La villa diventa sempre più un luogo di villeggiatura per il proprietario.
Molti coloni si trasferiscono altrove in cerca di nuove terre, altri a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, iniziano a comprare le terre dai vecchi proprietari determinando la fine della mezzadria e il riappropriarsi della terra da parte di che la coltiva.
La produzione agricola non ha raggiunto alti livelli di automazione come in altre regioni italiane e probabilmente mai potrà farlo viste le difficili condizioni morfologiche. Lo sviluppo dell'industria e del terziario inoltre ha fatto diminuire fortemente i capitali ad essa destinati.
Poche sono le Ville che hanno mantenuto la loro vocazione agricola o di centro di riferimento politico-culturale, la maggior parte risultano destinate ad altre attività.

La villa rurale
Funzionalità e rappresentanza
Il controllo che il proprietario esercita sulle proprietà determina inizialmente (XVI sec.) il sorgere di strutture molto piccole come i casini di campagna dove l'aristocrazia si recava per la villeggiatura, per la caccia nei boschi di proprietà che circondavano i terreni coltivati e per poter dirigere e controllare il lavoro del fattore.
A partire dal XVII sec., nel momento in cui l'aristocrazia decide di allontanarsi per lunghi periodi dal centro cittadino, ormai controllato dal potere della chiesa che ne esclude qualsiasi attività politica, e necessita di abitazioni fastose e confortevoli, il casino si trasforma nella villa che oggi conosciamo.
Tra gli esempi più significativi di questi insediamenti troviamo: v. Rosati Sacconi (Cavaceppo), v. Sgariglia (Campolungo), v. Giulia (Monteprandone), v. Vinci (Cupramarittima), v. degli Aranci (Torre di Palme), v. S. Tommaso (Fermo), v. Materassi (Sant'Elpidio a Mare)
Il complesso rurale dove si trova la villa padronale rappresenta un centro nevralgico e strutturante per i vasti territori agricoli, troppo lontani dai centri urbani per essere gestiti. Si potrebbe quasi affermare che dal XVIII al XIX sec. il padrone rappresenta una sorta di feudatario e la villa il suo castello da dove tutto viene controllato. La vita in questo mondo rurale è estremamente specializzata e si rendono necessari spazi e ambienti diversi per funzioni differenti.
La villa rurale con gli edifici che la circondano, rispetta alcune caratteristiche comuni ai vari esempi. Funzionalità e semplicità sono le principali; le ville presentano poche differenze sostanziali l'una dall'altra, sono sempre caratterizzate da un unico blocco suddiviso all'interno in maniera piuttosto codificata e con un'estrema attenzione alla dimensione limitata degli ambienti. Ad eccezione delle ville più antiche e celebrative, gli spazi sono abbastanza ridotti e funzionali: un piano terra per il giorno e uno superiore per la notte. Bisogna tenere conto del fatto che la maggior parte viene costruita tra il XVIII e il XIX sec. il proprietario si preoccupa soprattutto che l'insieme sia comodo e funzionale alla gestione dell'attività agricola. Ciò non toglie che la villa costituisca sempre un edificio di rappresentanza dello stato sociale, ne sono testimonianza la cura per il giardino e la grandezza dell'edificio.

Distribuzione e localizzazione nel territorio [Sc. A.1 e A.2]
Le tre fasce geografiche, precedentemente ilustrate, sono importanti se lette in relazione alla tipologia e alla distriduzione delle ville nel territorio.
La fascia costiera è caratterizzata da ville costruite prevalentemente nel XIX sec. ed in alcuni casi agli inizi del XX sec. Non mancano esempi di più antica costruzione come v. Maggiori (Porto Sant'Elpidio) o v. Brancadoro (San Benedetto del Tronto). Le ville più antiche sono disposte di norma su poggi in prossimità del mare per poter controllare dall'alto tutti i terreni con una visuale a 360°, mentre le più recenti, anche in seguito alle bonifiche ottocentesche sono dislocate in pianura. Sono le dimore di campagna di quella borghesia arricchita che punta le proprie risorse sulla produzione specialistica di alcuni prodotti della terra. Sono ville di modeste dimensioni e che nascono anche per essere destinate alla villeggiatura. Gli appezzamenti di terra non sono molto vasti e molta cura è posta nella sistemazione dei giardini privati.
La fascia collinare è quella dove è maggiore la presenza di edifici rurali di più antica costruzione, dal XVII al XIX sec. I modelli sono diversificati, le dimensioni dell'edificio e dei possedimenti sono dei più vari anche a causa della frammentazione dei terreni. Come si può osservare dalle carte, queste ville si localizzano normalmente in prossimità delle principali vie di comunicazione che poi corrispondono agli alvei fluviali. La posizione tipica è sul declivio con l'ingresso rivolto a valle verso il fiume sottostante dov'è localizzata la maggior parte dei terreni. Un esempio molto chiaro di questa "urbanizzazione" lineare è evidente nella valle del Tronto tra Ascoli e Monteprandone.
La fascia montana è invece povera di dimore rurali per la difficoltà nei collegamenti con i principali centri abitati, un esempio è v. Gallo (Amandola). L'unica zona premontana dove sono presenti ville rurali è quella ascolana (località Cavaceppo e Mozzano del comune di Ascoli). Nell'area montana si trovano soprattutto case coloniche che dipendono anche da ville molto lontane.

Il complesso rurale, un modello d'insieme [Sc. A.3.1 e A.3.2]
All'interno del complesso rurale si riscontrano più strutture con funzioni specifiche che possono essere separate o inglobate in un immobile unitario.
Si è tentato di elaborare un modello per illustrare i principali sistemi di aggregazione, partendo dagli elementi che vi si ritrovano con maggiore frequenza.
La Villa Padronale: in molti casi rappresenta l'unico edificio presente sull'area privata del padrone e può avere dimensioni molto variabili in funzione della localizzazione e della vastità delle proprietà. In linea di massima è costituita da un solo blocco regolare, domina l'intera area o per la sua dimensione o perché posta su un livello più alto rispetto ai terreni circostanti.
La Cappella privata: è uno degli edifici specialistici più diffusi soprattutto nelle ville maggiori. È un simbolo del potere e del rispetto dell'autorità centrale. Qui si riunisce la famiglia padronale, con tutti i coloni che da essa dipendono, per le funzioni domenicali. Non costituisce solo un polo di aggregazione per la comunità ma anche uno strumento per il padrone di controllo dei movimenti delle "sue genti" che piuttosto che recarsi in paese per le funzioni religiose si recano nella cappella privata rimanendo sempre vicini al luogo di lavoro. Nelle residenze più antiche la cappella costituisce un corpo a sé come in v. Sgariglia (Ascoli Piceno), v. Bruti (Pedaso) o v. Maggiori (Porto Sant'Elpidio), quando si trova all'interno, in una stanza dedicata al culto, si configura come cappella privata (v. Del Bianco a Fermo).
La Scuderia: è presente solo nelle ville più importanti e fastose. In molti casi è ormai irriconoscibile perché l'avvento dell'automobile ne ha comportato lo smantellamento o la ristrutturazione per adattarla a nuovi usi, v. Maroni (Porto Sant'Elpidio). Nelle ville dove non era presente, i cavalli del padrone venivano comunque ospitati nelle stalle del colono.
La Serra: è un edificio molto specialistico che si ritrova solo nelle ville con grandi giardini disegnati. Alcune si sono dotate di questa struttura nel XVIII-XIX sec. in linea con la loro trasformazione in residenze stabili, alla realizzazione di giardini per il piacere della famiglia e dei suoi ospiti. Vedi v. S. Materassi (Sant'Elpidio a Mare), v. Pelagallo (Porto San Giorgio) o v. Seghetti Panichi (Castel di Lama).
Il Parco o Giardino: nessuna villa è sprovvista di un giardino seppur ridotto a dimensioni minime in funzione dello spazio disponibile. In un mondo incentrato sulla massima produttività era l'unico elemento che potesse consentire uno svago nelle lunghe giornate della famiglia padronale. Oggi il giardino risulta l'unica area di proprietà rimasta legata alla villa dopo la vendita dei terreni ed è quindi per molte residenze l'unico spazio aperto disponibile. Il Giardino si presenta in varie forme: disposizione libera, disegnata secondo le regole del giardino all'italiana o alla francese, con aiuole piuttosto che alberi e in taluni casi adornato di vasche e statue.Alcuni esempi: v. Nicolai (Monteprandone), v. Vinci (Cupramarittima) e v. Clarice (Porto San Giorgio). I giardini di alcune ville disposte lungo i crinali delle colline assumono una vera e propria funzione scenografica con i loro terrazzamenti che inquadrano ed esaltano la presenza della villa sullo sfondo come in v. Saladini Pilastri (Spinetoli) o v. Giulia (Monteprandone). Le essenze più diffuse sono: il pino marittimo, il pino domestico, l'abete e le palme oltre ai limoni e agli aranci per i giardini disegnati e in alcuni casi l'olivo.
Quando la villa era dotata di parco questo era sempre collegato ai boschi di proprietà, dove il padrone teneva le sue battute di caccia.
Il Cortile: lo spiazzo posto all'ingresso della residenza, in alcuni casi funge da punto focale di tutti gli edifici del complesso. È il luogo dove il padrone e i suoi ospiti vengono accolti, hanno il primo contatto con la proprietà.
La Casa del Colono: di norma è facilmente riconoscibile in quanto posta nelle immediate vicinanze della villa (v. Anna, Porto San Giorgio) ma sempre all'esterno dell'area di pertinenza di questa. Si sviluppa soprattutto a partire dalla metà del novecento quando il mezzadro ha iniziato ad acquistare le terre del padrone e ad acquisire una sua autonomia. È di forma compatta e presenta una scala interna od esterna in base alla localizzazione (collina, montagna) con un piano terra (anche loggiato) destinato alla lavorazione dei prodotti della terra. Se il fondo è molto vasto, si possono trovare più case coloniche, una per ogni famiglia che gestisce una parte del fondo. In alcuni casi sono facilmente individuabili grazie al toponimo che è sempre uguale, ad esempio: Case Laurenti, Case Vinci o Case Brancadoro.

La forma planimetrica e volumetrica
La classificazione delle ville in funzione dei caratteri tipologici può essere uno dei modi per individuare tante differenze, pur nel limite del concetto stesso di tipologia, sarebbe infatti più esatto parlare di forme planimetriche e volumetriche ricorrenti.
Le ville padronali dal punto di vista architettonico presentano caratteristiche formali e compositive che si ripetono, soprattutto quelle del XIX sec. seguono delle regole formali standardizzate derivanti da una cultura barocca in declino e mancano di originalità nella composizione dell'insieme.
Si possono individuare quattro principali forme della villa, ma bisogna tenere conto che molte ville, nella loro attuale configurazione, sono il frutto di modifiche avvenute a più riprese come può accadere in un palazzo urbano. La forma che quindi si va ad analizzare riflette l'ultima espressione di una evoluzione temporale a noi a volte sconosciuta.
Lo studio tipologico si limiterà ad analizzare le differenti tipologie generalmente legate all'ubicazione sul territorio, alla potenzialità produttiva e naturalmente alla condizione del fondo.
Le tipologie più frequenti sono le seguenti:
A Blocco: è una delle più diffuse e più semplici dal punto di vista volumetrico. Si configura come un edificio a base rettangolare di dimensioni molto variabili con un alzato composto e sobrio che può andare dai due ai tre piani. È tipica delle ville di pianura dove i possedimenti sono molto vasti: v. Brancadoro (San Benedetto del T.), v. Bruti (Pedaso). I due lati più lunghi costituiscono i fronti principali e sono trattati allo stesso modo, mentre gli altri due sono più semplici e sempre simmetrici. Una villa che si presenta con queste caratteristiche non ha generalmente subito modifiche nel tempo e quindi è riconducibile ad un unico progetto. Nella disposizione degli ambienti al piano terreno presenta, nella maggior parte dei casi, un androne centrale trasversalmente ai fronti principali che connette direttamente il cortile d'ingresso con il giardino privato retrostante v. Marina (Porto San Giorgio). La scala si pone quindi in una posizione asimmetrica ai lati dell'androne, nelle ville più imponenti si possono trovare due scale gemelle.
Nelle ville di pianura si può presentare l'esigenza di una torretta panoramica che viene quindi costruita al centro sopra il livello di copertura come in v. Trevisani (Porto Sant'Elpidio) e v. Azzolino (Grottammare). Nei casi di ville costiere (anche della prima fascia collinare), dal lato con vista mare è spesso presente un balconcino come in v. Leva (Porto Sant'Elpidio). La copertura può essere a due falde ma anche a quattro. [Sc. B.1.1]
Lineare: questo modello si configura con una pianta rettangolare molto allungata e presenta generalmente tre piani fuori terra per recuperare in altezza le ridotte dimensione planimetriche. È una soluzione tipica delle ville su crinale, laddove il terreno è in forte pendenza e risulta svantaggioso creare un grosso sbancamento per ottenere un piano sufficientemente ampio: v. Sgariglia (Campolungo) o v. Passeri (Altidona). A volte questa forma può essersi determinata in fasi successive della vita del manufatto, partendo da un edificio più piccolo al quale sono state affiancate due ali simmetriche; un'evoluzione che risulta comunque di non facile lettura visto che, nell'ultima fase, gli edifici sono stati sempre uniformati negli elementi decorativi al nuovo aspetto come in v. Anna (Porto San Giorgio) o v. Saladini Pilastri (Spinetoli). L'ingresso si presenta sempre nella zona centrale in posizione simmetrica a tutto il sistema compositivo della facciata. In questa tipologia di norma si configura una sola facciata principale, su uno dei lati più lunghi e più visibili, tutti gli altri lati sono trattati molto semplicemente in quanto meno visibili in lontananza. L'ultimo piano, nel lato più panoramico, può anche presentare un loggiato belvedere. [Sc. B.1.2]
A "C": non è un modello molto diffuso forse anche per la maggiore complessità formale e compositiva degli spazi interni e delle superfici esterne. Si presenta con varianti anche sostanziali. Alcuni esempi si ritrovano nella fascia costiera dove l'edificio è costituito da un blocco centrale più ampio, due ali laterali più strette con l'ingresso posto dal lato concavo, S. Maria al Poggio (Porto San Giorgio) e v. Panichi (Colli del T.). Il lato dell'ingresso è evidenziato da alcuni elementi come uno scalone centrale che riempie il vuoto della C o una terrazza al primo piano: v. Clarice (Porto San Giorgio). Il tutto si sviluppa generalmente in soli due piani che diventano tre (le cantine) nel caso l'edificio sia rialzato. In quasi tutti gli esempi il blocco centrale è interamente occupato da un salone delle feste vetrato dal lato opposto all'ingresso. La copertura è più complessa con una falda per ogni lato e un cornicione che corona l'intero edificio. [Sc. B.1.3]
Composita: è un esempio piuttosto diffuso soprattutto tra le ville costruite tra il XVII e il XVIII sec. caratterizzate da linee più severe e pochi elementi decorativi. L'edificio è composto da tre blocchi, uno centrale di circa tre piani (a volte più ampio in pianta) e due ali che seguono sempre il senso longitudinale del primo blocco ma si presentano con un piano in meno: v. Saladini di Rovetino (Spinetoli), v. Priori (Monsampolo del T.). Il risultato finale è quello di un edificio allungato, simmetrico e con un tronco centrale più alto. È un tipo di struttura che può essere nata in più modi: prima il blocco centrale poi le due nuove ali, prima una struttura lineare allungata e poi rialzata in centro, oppure direttamente con questa forma. La copertura è molto semplice, a due sole falde per ogni blocco, in alcuni sopra una delle due ali si può trovare una terrazza, v. Montana (Altidona) e v. Bezzi (Porto Sant'Elpidio). [Sc. B.1.4]

Elementi decorativi e compositivi delle facciate
Nel sistema decorativo delle facciate, si ritrovano i canoni tipici dell'architettura palaziale cittadina secondo tecniche e forme alquanto standardizzate ma con alcuni casi molto più complessi che riescono a conferire alla villa una sua originalità ed una sua libertà formale.
La composizione dei prospetti esterni si può dividere in due grandi categorie.
La prima si contraddistingue per l'uso di elementi architettonici tipici dell'architettura urbana quali le modanature delle aperture, la fascia marcapiano e il cornicione modanato. La disposizione delle finestre e le loro dimensioni sono piuttosto semplici e ripetitive rispettando i canoni della simmetria e dell'assialità tra le aperture. Le mostre delle aperture sono nella maggioranza dei casi delle semplici cornici a sezione rettangolare, ma in alcuni casi possono essere elaborate con modanature realizzate in mattone a vista in travertino o anche a stucco. Alcune strutture di questo tipo sono per esempio v. Bruti (Pedaso), v. Ricci (Ascoli Piceno), v. Leva (Porto Sant'Elpidio).
L'edificio non si distingue tanto per una ricerca decorativa specifica quanto per la sua dimensione; il semplice apparato decorativo rappresenta comunque un valore aggiunto rispetto al contesto. Alcuni di questi edifici possono essere poi nobilitati da elementi esteticamente più di impatto quali uno scalone all'ingresso come in v. Mancini (San Benedetto del T.) o v. Cicchi (Monteprandone); oppure un loggiato con balcone sempre sull'ingresso come in v. Marcatili (Ascoli Piceno). [Sc. B.2.1]
Altre ville invece presentano una maggiore complessità decorativa che partendo dall'uso di paraste angolari e portali d'ingresso monumentali come in v. Marina (Porto San Giorgio) o v. Laureati (Grottammare), arriva fino ad un disegno con più ordini sovrapposti per v. Ravenna (Grottammare) o ordini giganti e suddivisione delle fasce con bugnati e sfondati intonacati come per v.Vinci (Cupramarittima), v. Santa Maria al Poggio e v. Clarice (Porto San Giorgio). [Sc. B.2.2]
In quest'ultima categoria potrebbero rientrare anche le rarissime ville nelle quali l'apparato decorativo è nobilitato da specchiature o fasce dipinte e dall'uso attento dei colori degli intonaci come in v. Nicolai e v. Piccinini (Monteprandone) o v. Saladini di Rovetino (Spinetoli); oppure da festoni scultorei militareschi come in v. Pelagallo (Porto san Giorgio). In pochi edifici, come v. Sgariglia (Ascoli Piceno), tutto l'apparato architettonico, dalle mostre delle aperture ai bugnati angolari, è dipinto con vivaci colori. [Sc. B.2.3]
Un elemento fortemente caratterizzante è il portale monumentale. Il più delle volte questo oggetto scultoreo è eseguito con materiale lapideo o laterizio faccia a vista (con giunto minore di 1 mm) e denota oltre che una certa ricercatezza formale anche un'ottima qualità esecutiva. Gli esempi più importanti si ritrovano in v. Marina (Porto San Giorgio), v. Brancadoro (San Benedetto del T.), v. Rutigliano e v. Barruchello (Porto Sant'Elpidio). [Sc. B.2.4]
Un apparato decorativo molto ricorrente e che in alcuni casi può rientrare nella stessa composizione della facciata è la meridiana sia lapidea che dipinta, molto utile per la scansione della giornata lavorativa del complesso rurale; non a caso infatti si ritrova nelle ville più antiche e con grandi possedimenti come v. Bruti (Pedaso), v. Giulia (Monteprandone) e v. Il Castellano (Porto sant'Elpidio). [Sc. B.2.4]

I materiali nel loro impiego strutturale e decorativo
Il materiale predominante nella realizzazione della struttura portante delle ville è il laterizio. Data la distanza delle strutture dai centri abitati, si può ipotizzare che i mattoni impiegati venissero prodotti in occasione dell'edificazione della fabbrica stessa e in una zona ad essa prossima. Di questa piccola produzione, i mattoni di prima scelta dovevano servire per l'edificazione della casa padronale, quindi tutto il resto del materiale era destinato alla costruzione degli annessi di servizio e della casa del colono.
A questa ipotesi generale va poi affiancata l'osservazione caso per caso in quanto molte delle ville costruite prima del XIX sec. sono state edificate ampliando o innalzando casini di caccia, case coloniche preesistenti o in rari casi piccoli insediamenti conventuali, è il caso di v. Rosati Sacconi (Ascoli Piceno), v. Anna (Porto San Giorgio) e v. Brancadoro (Sant'Elpidio a Mare). Questo utilizzo di una preesistenza si riconosce sia nello studio delle fondazioni o dei sotterranei (ove presenti) sia dai materiali impiegati. Nel caso di v. Anna, per esempio, la zona basamentale del fronte nord (secondario), presenta una muratura mista di conci di arenaria a spacco e mattoni, sicuramente di riutilizzo, che sono differenti da quelli più regolari impiegati nel lato principale a sud.
Per quanto riguarda le ville costruite nel XIX sec. si può ritenere con una certa sicurezza che i laterizi impiegati fossero di produzione semi industriale e provenissero dalle fornaci più vicine alla fabbrica. In queste ville si riconosce infatti un mattone più regolare, una minor presenza di laterizi ferrigni o creoli, più omogenei nella colorazione e quindi nella cottura.
Nel colore dei mattoni si ha una prevalenza di variazioni tra il color paglia e l'aranciato, tipici della provincia presenti anche nei centri urbani. Le differenti variazioni di colore dipendono dalla cottura più o meno corretta ma permangono sempre su tonalità di colore chiaro dovuto alla presenza sul territorio locale di argille gialle molto grasse. Questi mattoni non vengono posati secondo regole specifiche e presentano sempre giunti di malta medi (1-2 cm) denunciando quindi la presenza di un'eventuale finitura con intonaci o scialbature.
Ma esistono anche laterizi chiaramente impiegati per un uso a faccia a vista, utilizzati nell'elaborazione di portali e finestre. Questi mattoni sono di dimensioni maggiori, si presentano molto più regolari e definiti in quanto la loro posa in opera prevede giunti ridottissimi (1-2 mm) per ottenere un aspetto scultoreo, quasi lapideo, infine hanno una colorazione rosata o rossa per la presenza di minerali ferrosi come addittivi. L'attenzione posta nell'esecuzione di queste cortine a vista è talvolta notevole e denota anche una cura del particolare, ne sono un esempio i due portali dell'androne di v. Marina (Porto San Giorgio) eseguiti con un bugnato di colore rosso/giallo fronteggiato da due colonne doriche che sorreggono il balcone realizzate con mattoni rosati più alti, o quelli di v. Bartolucci (Sant'Elpidio a Mare) e v.Sassatelli (Fermo)
Come si dirà nel paragrafo relativo alle tecniche di finitura, l'apparato decorativo in laterizio nella maggioranza dei casi si presenta ormai spogliato di qualsiasi finitura ma ci sono casi in cui sono state individuate scialbature bianche che cercano di simulare un apparato lapideo coprendo una apparecchiatura di mattoni a vista. [Sc. C.1.1]
Il lapideo rappresenta il secondo materiale più diffuso nella realizzazione delle ville e nella quasi totalità dei casi si tratta di travertino. Il travertino è uno dei rari lapidei sfruttati per attività edilizie nella provincia ascolana ed è presente come materiale costruttivo e strutturale nei centri prossimi al capoluogo. La difficoltà dei collegamenti via terra dalle cave di estrazione a zone lontane da Ascoli hanno da sempre orientato i costruttori a preferire il laterizio.
La cesura tra una realtà di pietra (l'area collinare e montana del Tronto in prossimità di Ascoli) ed una di mattoni (il resto della provincia) riscontrabile nell'edilizia cittadina, si ritrova anche nelle ville rurali e ha determinato una differenziazione nell'impiego del travertino. Nell'area ascolana prossima al fiume Tronto, questo materiale viene utilizzato sia dal punto di vista strutturale che decorativo come in v. Alvitreti e v. San Paolo (Ascoli Piceno) o v. Saladini Pilastri (Spinetoli); dove persiste comunque un leggero utilizzo del laterizio per modanature o per regolarizzare le fasce della muratura. Le pietre impiegate per la cortina muraria sono di norma a spacco e di varie pezzature tanto da richiedere giunti di malta anche molto alti.
Nel resto della provincia il travertino si ritrova utilizzato solo negli elementi decorativi quali mostre di porte e finestre, fasce marcapiano, cornicioni, elementi a bugnato di portoni o ringhiere di balconcini. Ne troviamo degli esempi in v. Brancadoro (San Benedetto del T.), v. Laureati (Grottammare), v. Baruchello (Porto Sant'Elpidio), v. Lina (Montegranaro) e v. Papetti (Fermo).
Nell'area nord della provincia (Fermano e Sant'Elpidio a Mare) si trovano alcune tracce dell'uso di blocchi di arenaria utilizzata normalmente in zone basamentali. come in v. Anna (Porto San Giorgio).
Si tratta senza dubbio di materiale di recupero da fabbriche medievali distrutte o sulle quali è stata edificata la villa. L'arenaria, molto impiegata dai romani, veniva sfruttata principalmente per la costruzione delle mura di cinta (se ne hanno molte tracce nei centri urbani della provincia) ed è quindi probabile che, nel caso in cui la villa sia stata eretta in un'area già edificata, venissero impiegati materiali di riciclo soprattutto lapidei per le strutture di fondazione e basamentali. Maggiori tracce di uso dell'arenaria si riscontrano nelle case coloniche dove meno attenzione si poneva all'omogeneità strutturale. [Sc. C.1.2]

Le tecniche e i materiali di finitura [Sc. C.2.1 e C.2.2]
Nello studio della composizione delle facciate e dei materiali costituenti non può mancare una breve analisi delle tecniche di finitura. In tal senso la villa costituisce per noi una testimonianza importantissima dell'aspetto finale che i costruttori antichi davano ai manufatti edilizi. Oggi, nei centri urbani, gli edifici si ritrovano, nella quasi totalità, spogliati di un patrimonio culturale, compositivo ed estetico importantissimo: gli intonaci, i colori e le pitture decorative. Molte ville conservano ancora tracce evidenti o meno di questo aspetto architettonico a lungo svalutato.
In numerosi casi si fa largo uso di intonaci per uniformare la facciata con colori chiari (bianchi, aranci, gialli o rosati) o scuri (rossi, terra di siena) e mettere in evidenza le modanature di porte e finestre realizzate in pietra o laterizio a vista. Si veda in tal senso, v. Clarice (Porto San Giorgio), v. degli Aranci (Fermo), v. Riccardi-Grizi (Fermo), v. Marina e v. Il Catellano (Porto Sant'Elpidio), v. Alvitreti (Ascoli Piceno). Il contrasto tra sfondato ed ordini architettonici può essere enfatizzato mimetizzando il materiale povero (il mattone delle mostre) con un intonaco bianco ad imitazione della pietra, secondo il gusto rinascimentale e settecentesco, come in v. Giulia (Monteprandone), v. D'Allocco (Cupramarittima); oppure invertendo i cromatismi (scuro su fondo bianco) secondo la moda ottocentesca come in v. Bruti (Pedaso) e v. Bruti (Grottammare).
In v. Cesari (Folignano) e v. Malerbi (Cupramarittima) si ha un esempio molto semplice di colorazione differenziata di uno stesso intonaco: il fondo è in ocra mentre le mostre delle finestre, gli spigoli e il cornicione sono evidenziati con fasce bianche conferendo, ad una facciata molto semplice e senza elementi scultorei, un aspetto compositivo nobilitante.
Sono forse da ritenersi meno esatti i casi, molto diffusi, di intonacatura delle sole imposte di aperture lasciando uno sfondato in mattoni (non posati per essere a vista): v. Sgariglia (Grottammare) e v. Rutigliano (Porto Sant'Elpidio): oppure di intonacatura indifferenziata a tinta unica anche in presenza di elementi decorativi in rilievo: v. Piediprato (Spinetoli) o v. Leva (Porto Sant'Elpidio).
Un'altra tecnica impiegata per l'apparato decorativo (marcapiani, cornicioni e finestre) in laterizio è la scialbatura: calce diluita in acqua e con eventuale aggiunta di polvere di marmo . Questa, come insegnano i casi riscontrati anche nell'architettura urbana, veniva utilizzata per simulare un materiale lapideo, in particolare il marmo, sfruttando una base di mattoni posati a vista. Nella sua semplicità la scialbatura, conferisce ad una facciata interamente in mattoni una nuova espressività e un valore aggiunto dovuto alla rivalutazione dei partiti architettonici. Alcuni esempi: v. Cicchi (Monteprandone), v. Vinci (Cupramarittima), v. Brancadoro (S. Benedetto del T.)
Gli esempi decorativi più interessanti sono rappresentati da alcune ville dove l'intonaco non è semplicemente colorato a tinta unica ma presenta anche zone dipinte ad imitare elementi architettonici scultorei, bugnati con ombre o fascioni a motivi geometrico-floreali: v. Saladini di Rovetino (Spinetoli), v. Sgariglia (Ascoli Piceno), v. Nicolai (Monteprandone) e v. Piccinini (Monteprandone).
Non manca infine un ultima tecnica di finitura, una fase tipica del Barocco, di totale mimesi dei materiali grazie all'uso di intonaci e stucchi a base gessosa che vengono modellati plasticamente per ottenere partiti decorativi. Con questo materiale si può realizzare anche l'intero apparato architettonico di una facciata creando sulla superficie in mattoni un bugnato basamentale o d'angolo e le modanature di porte e finestre come si vede in v. Maroni (Porto Sant'Elpidio).

Problematiche di restauro
Il restauro ed il recupero di una villa rurale sono questioni molto delicate e che ancora non trovano chiare risposte. Come per qualsiasi edificio storico il problema non si può limitare unicamente all'analisi dell'aspetto estetico, esterno od interno, ma un problema forse più complesso è l'analisi funzionale e la conservazione di un'identità tipologica.
Questi edifici sono nati per svolgere due funzioni principali: la residenza del proprietario e la direzione della produzione agricola. Per questi due scopi sono state progettate.
In quest'ottica i casi si dividono in due grandi ambiti: le ville che per loro fortuna hanno mantenuto una o entrambe le funzioni e le ville che si ritrovano invece ormai sradicate dal loro contesto naturale e private della loro funzione. Nel primo caso il progettista si dovrà occupare principalmente di una manutenzione, ordinaria o straordinaria, senza la necessità di sconvolgere la distribuzione dei vani e l'assetto strutturale. Il secondo caso risulta invece il più complesso. La villa deve essere riconfigurata per ospitare, a volte, funzioni molto diverse e che non hanno alcun rapporto con quelle originarie. È il caso di alcuni edifici che sono stati trasformati in comunità di recupero, case di riposo e talvolta alberghi, strutture ricettive, centri culturali o discoteche.

Le schede tematiche
Sono state elaborate 17 schede nelle quali vengono presentati, suddivise per temi sulla base delle tipologie sopra esposte.
La trattazione nelle schede richiama sinteticamente i concetti già espressi per lasciare spazio all'apparato grafico e fotografico che permette di collegare le descrizioni alle immagini di ville del territorio in esame. Le schede affrontano per gradi successivi il tema villa, dall'inquadramento territoriale regionale fino ai materiali e alle finiture impiegati.
L'ultima scheda presenta infine l'elenco completo delle 138 ville finora individuate delle quali 134 sono state georeferenziate a cura del S.I.T. della provincia di Ascoli Piceno.

Bibliografia sintetica

  • G. VOLPE - Case torri e colombaie, itinerari attraverso l'architettura rurale nelle marche - Maroni edit., 1983
  • S. ANSELMI (a cura di) - Insediamenti rurali, case coloniche, economia del podere nella storia dell'agricoltura marchigiana - Cassa di Risparmio di Jesi, 1985
  • S: ANSELMI, G. VOLPE - L'architettura popolare in italia "Marche" - Editt. Laterza, 1987
  • A. PASQUALI - Ville e trasformazioni agrarie nel fermano, in Studi Urbinati, anno LXVI - Università degli Studi di Urbino 1993
  • B. EGIOLI - La Mezzadria e le sue case, in P. VECCHI (a cura di) Atlante dei beni culturali dei territori di AscoliPiceno e Fermo - Provincia di Ascoli Piceno, 1998
  • P. PERSI, A. PASQUALI - Ville e residenze gentilizie nel territorio fermano - Università degli Studi di Urbino, 1996
  • P. PERSI, S. ANGELLINI - Ville, case di villeggiatura e residenze padronali nel territorio di Ascoli Piceno - Università degli Studi di Urbino, 1998
  • P. PERSI, L. MICHELANGELI - Ville e grandi residenze di campagna tra menocchia e bassa valle del tronto - Università degli Studi di Urbino, 1999
  • F. MARIANO, S. PAPETTI(a cura di) - Le ville nel piceno, architettura giardini paesaggio - Silvana editoriale, 2001
  • C. TAGLIAFERRI - I casali della campagna romana - Regione Lazio, stampa I.G.E.R.

[1] Persi-Angellini, Ville, case di villeggiatura e residenze padronali nel territorio di Ascoli Piceno.

Dire che la qualità del costruito fino agli inizi del novecento era di gran lunga superiore all'attuale è nello stesso tempo una profonda verità e una visione eccessivamente ottimistica della realtà.

In effetti è vero che la cura con cui si costruiva un edificio era elevata, che il costruire era considerato un'arte e coloro che vi si dedicavano erano rispettati e ascoltati; ma è altrettanto vero che di questa grande qualità dell'edificato erano in pochi a goderne, per la gran massa della popolazione il solo concetto di abitare era un'utopia e la casa un luogo dove rientrare la sera per riposare alla meglio prima di riprendere il lavoro.

Mentre gli edifici dei potenti potevano vantare numerose stanze per ogni residente, la cosiddetta edilizia minore ospitava l'intera famiglia patriarcale in un'unica stanza che spesso veniva divisa anche con gli animali.

Quando oggi rincorriamo i miti dell'arte del costruire, codificati nel cinquecento attraverso la grande produzione di Manuali, commettiamo un grande errore di presunzione. Innanzitutto le tecniche costruttive di allora sono in gran parte improponibili oggi se non a costi talmente elevati da selezionare in maniera drastica i potenziali utenti, poi l'oblio a cui è stata costretta la corretta tecnica dell'edificare per quasi un secolo appare difficilmente superabile se non con un grande sforzo collettivo di tutte le componenti della società. A partire da un quadro normativo di riferimento che oggi manca totalmente, fino ad arrivare alle maestranze che hanno perso la conoscenza di prodotti e tecniche appropriate, facendosi attrarre sempre più dai falsi miti dell'industria, impegnata ad offrire prodotti preconfezionati pieni di chimica di sintesi e derivati del petrolio, attenta più a scimmiottare le materie prime naturali che a proporre prodotti all'avanguardia finalizzati a migliorare la qualità dell'abitare e a limitare l'inquinamento indoor.

Che dire poi dei progettisti che si lasciano guidare più dalle tanti luci della pubblicità che non dalla serietà di una ricerca attenta e ad una sperimentazione preliminare dei prodotti e delle tecnologie proposte.

La scuola peraltro non ci viene in aiuto in nessun caso, rappresentando nel migliore dei casi una pura esercitazione teorica totalmente avulsa dalla realtà. La tanto disastrata università italiana oggi sforna (oltre che disoccupati) laureati assolutamente impreparati ad affrontare la realtà di cantiere, impotenti di fronte a tutte le insidie che porta necessariamente con sé.

Ritornando al concetto iniziale in realtà è profondamente vero che quanto costruito dalla metà novecento in poi è assolutamente insoddisfacente dal punto di vista della qualità edilizia, ma è altrettanto vero che non tutto quello che negli ultimi decenni ci è stato spacciato come progresso nei materiali e nelle tecnologie ha mantenuto le promesse.

Da tutto questo nasce la recente riscoperta della manualistica come potenziale ancora di salvezza rispetto alle difficoltà dell'operare quotidiano. E' dei primi anni novanta la ristampa del "Manuale dell'architetto"[1] prodotto negli anni sessanta dal CNR e utilizzato da generazioni di tecnici. Sempre dello stesso periodo sono i vari manuali del Restauro o del Recupero prodotti in gran quantità dalle case editrici specializzate. Da allora ad oggi questo fenomeno non si è mai fermato riscoprendo e ristampando Manuali antichi come quelli di Vitruvio, Palladio e dei loro contemporanei.

In una comunicazione al II Convegno Nazionale dell'ARCo (Ass. per il recupero del costruito) Franco Laner[2] poneva alcuni importanti interrogativi sul proliferare dei manuali del restauro esprimendo perplessità di vario tipo:

"Di opportunità: è possibile che l'indicazione dell'intervento (strutturale ed architettonico: non c'è dicotomia) avvenga con riferimento a corpi estranei, come i manuali? E non sia invece l'edificio stesso, i suoi materiali, l'evidenza dei suoi magisteri e della sua concezione strutturale ad ispirare il progetto?

Di scientificità: i manuali per il recupero, quasi sempre scritti ed illustrati con riferimento a precedenti manuali, cristallizzano le possibilità di intervento, amplificano errori, inducono alla pigrizia, poiché spesso chi scrive non fa e il più delle volte copia senza capire.

Di cultura del restauro: sia che il progetto oscilli fra gli opposti versanti della conservazione o dell'innovazione, non si può prescindere dalla conoscenza. Conoscenza che sola permette l'operazione di conservazione o, viceversa, la "sporgenza su quanto già detto."

Abbiamo tenuto ben presente quanto sopra nella stesura del manuale. L'opera vede coinvolti giovani ricercatori e professionisti esperti che, prima di scrivere hanno fatto e continuano a fare, legati da un rapporto di amicizia e collaborazione che, nella quasi totalità dei casi, dura da oltre un decennio.

Questo non ci mette al riparo da errori, ma le discussioni collettive che hanno caratterizzato le varie fasi di elaborazione del manuale ci auguriamo che abbiano limitato le imprecisioni più macroscopiche e comunque l'intera operazione ci ha coinvolto con un entusiasmo e una reciproca disponibilità che lasceranno sicuramente il segno nella formazione di ciascuno.

La convinzione comune è che la conoscenza della corretta "regola dell'arte" può comunque giovare ad un complesso edilizio ed è questa più di ogni Vincolo o Tutela che può garantirne una vita lunga e con pochi inconvenienti, anche in situazioni limite di sollecitazione (quali ad esempio eventi sismici) o variazioni indipendenti delle condizioni statiche di partenza (cedimenti fondali, modifiche nella base di appoggio dell'edificio, ecc.).

L'impostazione dello studio come un lavoro in itinere, una sorta di cantiere aperto ad approfondimenti successivi rappresenta una sfida per il futuro di questo territorio che, se vuole guardare al futuro, deve conoscere bene il suo passato.

Quale migliore occasione della predisposizione di una sorta di "codice di comportamento" condiviso che porti alla valorizzazione del patrimonio storico, attraverso un recupero rispettoso dei materiali e delle tecniche costruttive originarie per centrare questo ambizioso obiettivo?

Riteniamo che la definizione di una normativa tecnica di riferimento per il recupero nei Centri Storici sia la nuova sfida da lanciare agli Amministratori e a quanti hanno realmente a cuore la tutela del nostro prezioso patrimonio architettonico.

NOTA
Il nostro lavoro va inteso come uno strumento di riferimento costruito con grande impegno nel corso di poco più di un anno di ricerca, compiuto in prevalenza "sul campo", ed ha potuto essere completato in così poco tempo oltre che per l'impegno di tutti i collaboratori, anche grazie al contemporaneo studio sui Centri Storici Minori della Provincia di Ascoli Piceno finalizzato alla perimetrazione e all'individuazione cartografica, che ci ha aperto uno spiraglio di conoscenze insperato, portandoci a diretto contatto con un'architettura sconosciuta ai più, di grande qualità estetica e a tecniche costruttive note solo attraverso i testi di storia dell'architettura.

Siamo perfettamente coscienti della parzialità del nostro lavoro e della necessità di un processo di conoscenza ben più approfondito, ma abbiamo deciso di dare comunque alle stampe il materiale fin qui prodotto, certi di fornire comunque uno strumento di lavoro utile per quanti operano nel settore del recupero.

Ci scusiamo anticipatamente per la sinteticità di alcuni capitoli e per l'eccessiva schematizzazione di alcune notizie o procedure d'intervento, ma la caratteristica principale di un Manuale ci sembra debba essere quella della facile consultazione, trovando risposte immediate anche a domande estremamente impegnative che richiederebbero approfondimenti lunghi e complessi. La bibliografia e le note inserite con frequenza nel corso del testo rappresentano un invito ad approfondimenti tematici che possono essere facilmente colti dal ricercatore più esigente, tutto ciò nella consapevolezza che la completezza assoluta non rientra nei nostri compiti ma richiede una applicazione diretta del cultore della materia e che può avvenire solo attraverso un impegno costante nell'aggiornamento e nella conoscenza.

Abbiamo comunque voluto fornire elementi di conoscenza particolarmente dettagliati su alcuni temi sviluppati da alcuni giovani ricercatori che hanno puntato l'attenzione su elementi apparentemente parziali ma che, posti all'interno del Manuale, consentono la messa in evidenza e la conoscenza approfondita di aspetti particolari legati all'arte del costruire.

[1] CNR – "Manuale dell'architetto" – Panetto e Petrelli Ed. – Roma 1962
[2] In AA.VV. - "Manutenzione e recupero della città storica" – Gangemi Ed. – Roma 1995

manuale del recupero

I balconi e gli aggetti in genere nell’architettura storica presentano problemi di manutenzione legati ai materiali, estremamente deperibili, con cui si realizzavano gli sbalzi. Prima dell’avvento del calcestruzzo infatti le sporgenze consentite dall’uso della pietra o del legno erano limitate e sottoposte agli agenti atmosferici presentavano spesso problemi di cedimento causati dall’infiltrazione delle acque meteoriche che all’incastro, sottoposto a sforzi di taglio, poteva provocare facilmente situazioni di instabilità tali da consigliarne la rimozione definitiva. La superficie piana del balcone, se non realizzata a perfetta regola d’arte e con le dovute pendenze, tendeva a trattenere l’acqua piovana che rappresenta il principale nemico di queste strutture, siano esse realizzate in legno o pietra.

GjirokastraKUADRI I PERGJITHSHEM
Per te kuptuar dhe analizuar karakteristikat e territorit te Rajonit dhe te Bashkise se Gjirokastres, eshte e nevojshme te percaktojme ne nje kuader te pergjithshem, se si territori shqiptar perfshihet ne mes te kuadrit te gjere dinariko-ballkanik.
Nga kendveshtrimi orografik, nuk vihen re karaktere te thjeshta dhe unitare, prandaj mund te dallohen nje seri e tere sub-rajonesh, qe i referohen nje game te gjere peisazhesh natyrale; nje alternim ultesirash - fushash, lugina dhe pellgje - si dhe relievesh jashtezakonisht te thyera - rafshnalta, vargmale dhe grumbuj malore.
Territori i Qarkut te Gjirokastres ben pjese ne krahun perendimor te "nenrajonit malor meridional".
Nje rajon i tille perfshin nje strukture te perbere nga vargmale paralele, qe shkojne nga Veriperendimi ne Juglindje, dhe qe pershkohen nga lugina me perberje variabile, te skalitura nga nje rrjet hidrografik shume i zhvilluar, lumenjte e te cilit pergjithesisht kane prurje domethenese.
Territori i qarkut te Gjirokastres, persa i perket elementeve morfologjik rajonale, karakterizohet nga dy vargje malore; nga te cilet, ai perendimor perben vazhdimin e vargut malor te Kurveleshit dhe ka nje lartesi topografike qe vjen duke u ulur nga veriu ne Jug, duke arritur lartesine maksimale ne majen e Kishajt, ndersa ai lindor perben vazhdimin e vargut malor te Lunxherise dhe ne te dallohen Mali i Lunxherise dhe me ne jug ai i Buretos.
Lartesine maksimale ky varg malor e arrin ne majen e Lalucit.
Keto vargje malore pershkohen nga nje lugine e gjere, e hapur, nga Lumi Drino.
Ne vecanti, zona e Qendres Historike te Bashkise se Gjirokastres, lokalizohet ne territorin e percaktuar nga koordinatat e meposhteme:

  • x: 44°37'100" 44°39'600"
  • y: 44°26'000" 44°28'900"

KARAKTERET E PERGJITHSHME GJEOLOGJIKE.
Rilevimi gjeologjik i hapesires eshte kryer me shkallen 1 : 2.000; hartografia baze perbehet nga Hartografia Teknike Bashkiake (me shkalle 1 : 5.000) dhe perfshin nje hapesire shume te gjere rreth Qendres Historike.
Metodologjia e rilevimit konsiston ne kryerjen e nje numri sa me te madh percaktimesh gjeolitike mbi sedimentet detare, qe perbejne nenshtresen (terreni primar), per te rindertuar perberjen strukturore lokale, per te hartografuar shtresat mbuluese, duke dalluar perberjen litologjike perkatese.
Gjate rilevimit, depozitimet pluiviale, jane hartografuar vetem nese kane patur trashesi me te madhe se nje meter, ne te gjitha rastet e tjera formacioni detar eshte konsideruar si i mireqene.
Sedimentet detare te papershkueshme (terreni primar) jane hartografurar se bashku; ne menyre qe te dalloheshin njesite e ndryshme litostratografike eshte ndjekur metoda depozicionale qe ka te beje me shtresat e padepertueshme te Mutti dhe Ricci Lucchi (Sedimentologjia - pjesa III - F. Ricci Lucchi, 1980); fillimisht u zbatuan kriteret e raportit rere/qime kafshesh dhe te trashesise se shtresave.
Vezhgimet gjeomorfologjike kane ndihmuar ne rilevimin gjeologjik, vecanerisht ne percaktimin e formave te prejardhura nga ndikimi dhe/ose kontrolli i litologjise mbi gjeomorfologjine.
Rilevimi i drejtperdrejte i njesive detare dhe njohja me elementet strukturore (thyerjet), eshte penguar shume nga urbanizimi dhe nga aktiviteti antropik ne pergjithesi; per kete arsye, ne disa vende, percaktimi i njesive litostratografike dhe elementeve tektonike eshte kryer ne menyre subjektive.
Një njohje më e hollësishme e hapësirës në studim është marrë nëpërmjet analizave me te sofistikuara te kampioneve te marra nga terreni, te ushtruara gjate ndërhyrjeve qe lidhen ngushte me aktivitin ndertues, si gjatë proçesit të ndertimit dhe per ato qe nuk janë realizuar ende.
Kuadri struktural i pergjithshem eshtë verifikuar edhe nëpërmjet realizimit te seksionimeve gjeologjike perkatese.

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Claudio CARDUCCI

 

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