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La villa rurale con tutto il suo complesso agricolo rappresenta il caposaldo di un sistema di organizzazione sociale e culturale che ha caratterizzato per secoli tutte le aree agricole esterne alla cerchia delle mura della città. La loro diffusione sul territorio provinciale, con questa ricerca ne sono state individuate 138 [Sc. D], può farci parlare di un sistema urbanistico che, fino alla prima metà del XX sec., si è mantenuto inalterato è ha determinato la percezione e la struttura del paesaggio.
Oggi si pone il problema di studiare le componenti di questo sistema urbanistico che, per l'eccessivo e caotico sviluppo delle città, rischia di essere ignorato e di perdere la propria valenza; la conoscenza è la fase primaria e necessaria per poter intervenire in una fase di restauro o di recupero e proporre nuove funzioni che rispettino il manufatto e al tempo stesso lo rendano più attuale.

La mezzadria nelle Marche
Condizioni geografiche, storiche ed economiche
Il territorio marchigiano è caratterizzato da una morfologia estremamente varia dove l'elemento più rappresentativo è sicuramente l'area collinare. Movendosi trasversalmente alla linea di costa si riescono ad individuare tre fasce caratteristiche che, soprattutto nella provincia ascolana, risultano piuttosto omogenee.
La fascia litoranea, caratterizzata da una stretta lingua di terra per lo più pianeggiante, ubicata tra il mare (la spiaggia) e le prime colline. Questo tratto, di una larghezza media tra i 300 e i 1.000 m pur essendo pianeggiante risultava il meno sfruttato a fini agricoli. Questa zona, fino alla fine del XVIII sec. era quasi totalmente paludosa e soggetta all'erosione marina. Tutta l'attività agraria si svolgeva a partire dalle prime colline che si affacciano sul mare (Capodarco, Torre di palme, Cupramarittima, Monteprandone). Il territorio come lo vediamo oggi è il frutto di un'imponente attività di bonifica effettuata ad opera di famiglie lungimiranti (come la famiglia Salvadori a Porto S. Giorgio) che hanno drenato e stabilizzato le aree prossime al mare. Da allora questi terreni ricchi di humus sono stati intensamente coltivati per tutto il XIX sec. Oggi la fascia costiera risulta quasi interamente satura con una serie di località balneari ottocentesche che, soprattutto nel loro sviluppo più recente, hanno sottratto spazio all'agricoltura per destinarla l'attività edilizia. Centri come Porto Sant'Elpidio, Porto San Giorgio, Grottammare, San Benedetto del Tronto, solo per citarne alcuni, hanno visto decuplicarsi la loro area urbana nel giro di mezzo secolo, inglobando il più delle volte le grandi ville agrarie.
La fascia collinare costituisce i 2/3 dell'area in esame ed è caratterizzata, un po' come in tutte le Marche, da un dolce andamento crescente dal mare verso gli Appennini con quote altimetriche medie di 200/300 m s.l.m. per giungere a circa 600m s.l.m. sulle aree pedemontane.
La zona collinare è inoltre caratterizzata, nel suo aspetto morfologico, dal fenomeno dei calanchi, localmente conosciuti come ripe (soprattutto nell'area di Ripatransone), che si presentano come forti erosioni nel terreno dovute sia a cause antropiche che naturali, nel calanco l'argilla del sottosuolo torna in vista e determina un forte contrasto con le tonalità verdi o marroni del paesaggio agricolo.
La fascia montana, nella nostra provincia, è costituita dall'imponente massa dei monti Sibillini: "...di formazione mesozoico-calcarea, con profili molto incisi e marcati, raggiungono quote abbastanza elevate. Spicca su tutti il monte Vettore che , con i suoi 2487 metri, rappresenta la massima altitudine dell'intera regione.." (Persi-Pasquali, Ville e residenze gentilizie nel territorio fermano). Questa zona è caratterizzata, soprattutto nelle aree più basse, da allevamenti e ridotte colture.
Altro elemento caratteristico è la struttura a pettine del sistema vallivo. Le tre fasce che stiamo descrivendo risultano infatti suddivise, trasversalmente alla linea di costa, da un'altra maglia più fitta costituita dagli alvei fluviali, che ha poi determinato la successione valle – crinale – valle tipica del paesaggio marchigiano. I fiumi principali che interessano e delimitano la provincia di Ascoli sono, partendo da nord: il Chienti, il Tenna, l'Ete vivo, l'Aso, il Menocchia, il Tesino ed il Tronto. Il loro andamento, torrentizio per buona parte della loro lunghezza, poi sempre più lento, ha nel tempo formato ampie e profonde valli tra loro parallele. A questa struttura, piuttosto regolare, si aggiungono poi tutta una serie di piccoli ruscelli o fossi che rompono l'andamento regolare dei crinali generando sottosistemi vallivi di dimensione molto ridotta. Per il loro andamento fortemente torrentizio e la ridotta portata d'acqua questi fiumi (ad eccezione del Chienti), hanno scavato le valli senza però definire una vasta zona pianeggiante intorno al loro letto fluviale salvo che nella loro parte terminale. Infatti prendendo ad esempio il Tenna, solo nell'ultimo tratto si ritrova una zona pianeggiante, dove è localizzata peraltro una delle poche ville di pianura: Villa Trevisani. A formare una vallata di più vaste dimensioni è invece il Tronto che, una volta lasciata la città di Ascoli, ha creato un lunga e sufficientemente ampia fascia pianeggiante. L'unico che fa eccezione è, a nord, il Chienti, il fiume con maggior portata d'acqua nelle Marche che con il suo letto ha determinato una ampissima valle pianeggiante che si sviluppa in gran parte nella provincia di Macerata e per una minima parte nel territorio di Porto Sant'Elpidio.

Condizioni storiche ed economiche
Le marche meridionali vantano una storia molto antica, da scavi effettuati negli anni '90 sono state rinvenute, nel fermano, necropoli di civiltà villanoviane (IX sec. a.C.), testimonianza di un'antichissima attività umana in queste terre.
Il III sec. a.C. è connotato dalla dominazione romana che non sembra abbia stravolto il sistema di conduzione agricola impostosi fino ad allora; mancano ritrovamenti di grandi ville di tipo latifondistico quindi è lecito supporre che la conduzione rimanesse di medie dimensioni, forse anche a causa dell'estrema varietà e incoerenza del territorio.
Le invasioni barbariche portano i territori di Ascoli e Fermo sotto la sfera dei Longobardi e dei Goti, e la storia vissuta in questi luoghi (dalla caduta dell'impero romano fino al IX sec.) ripercorre in linea di massima la storia di tutta la penisola italiana.
Dal V sec. si ha un rapido processo di disinurbamento, le grandi città perdono il loro ruolo egemonico, con conseguente concentrazione della popolazione intorno a castelli e rocche: piccoli centri, sovente sorti sopra le struttura di una grande villa, che controllavano secondo le note regole feudali un'area circoscritta di territorio.
Dal IX sec. si assiste alla dominazione dei Carolingi che influirà molto sulla riorganizzazione del territorio. A determinare una svolta nel mondo agricolo sono sicuramente gli ordini religiosi: i monasteri Farfensi che rappresentano una sorta di stato autonomo sparso su tutto il territorio. La loro opera di dissodamento di ampi appezzamenti di terreni boschivi o incolti e la successiva messa a coltura, risultano fondamentali per la riorganizzazione del mondo agricolo ponendo le basi per una ripresa dell'attività produttiva con conseguente crescita demografica alle soglie del nuovo millennio. Il concetto di enfiteusi (cessione del terreno ad un colono in cambio del versamento di una tassa) si sviluppa proprio grazie agli ordini religiosi e costituisce il modello alla base del più moderno concetto di mezzadria.
Nel periodo dei comuni si ha un avanzamento culturale delle tecniche di coltivazione e di organizzazione del mondo contadino, sorgono numerose comunità di ridotte dimensioni dislocate capillarmente sul territorio conferendo così alle aree extraurbane una struttura semi urbana.
Il XV ed il XVI sec. portano un ulteriore sviluppo dei centri culturali e commerciali-produttivi, il periodo delle signorie è però connotato da lotte sanguinose tra le famiglie che hanno come conseguenza diretta quella di indebolire sempre più i grandi centri, chiudendoli in se stessi, e di distogliere l'attenzione politica dal mondo agricolo. Risale comunque alla metà del '400 l'introduzione nelle Marche meridionali di un nuovissimo sistema di gestione della produzione agricola, la mezzadria classica: "...Il conducente fornisce al mezzadro o tumbaro (così detto perché vive nella tumba) le scorte e i mezzi di lavoro oltre la metà del seme; in cambio riceve la metà del raccolto[1].
Dalla fine del XVI sec. tutto il territorio torna sotto il controllo diretto della Santa Sede e si prepara a vivere un lungo periodo di relativa tranquillità.
È proprio in questo momento che inizia una prima fase di urbanizzazione della campagna ad opera della nobiltà che, vistosi sottratto il potere politico all'interno dei centri cittadini, decide di concentrare le proprie forze e risorse nell'attività agricola. Queste famiglie possedevano già numerosi appezzamenti di terra ma non li controllavano direttamente; la villa diventa quindi lo strumento per imporre potere e magnificenza anche al di fuori della città e controllare più direttamente le fasi del raccolto e della produzione agricola. Il potere di queste famiglie dipende unicamente dalla produttività del terreno, pertanto la villa acquista una grande valenza, è il centro propulsore di tutta l'attività e diventa un vero polo organizzato e specializzato. La produzione agricola si indirizza verso una fase di massimizzazione dei profitti.
Nella campagna, sul finire del cinquecento, si avvia quindi un processo di urbanizzazione che ricalca con qualche secolo di ritardo quello delle città. Viene costruita una villa (il corrispettivo della cattedrale o del centro civico) che struttura con le sue parti una sorta di ordine gerarchico in un territorio finora disabitato e attorno ad essa sorgono le case coloniche (la residenza sparsa). Questa lettura può essere effettuata anche attraverso le tecniche costruttive, la casa del padrone è costruita in mattoni e pietra con finiture sempre più ricche mentre la casa colonica è il più delle volte realizzata in argilla (come le abitazioni in legno dei primi borghi delle città)
La rivoluzione francese, conferendo un ruolo primario alla nuova borghesia, dà notevole slancio a questa fase ascendente del mondo rurale. I nuovi nobili (la borghesia arricchita che acquista, soprattutto dalla restaurazione in poi, i titoli dei nobili decaduti) "invadono" le aree extraurbane investendo il loro capitali in un bene immobile e sicuro: la terra, costruiscono ville per controllare l'attività del colono fondando veri e propri centri produttivi.
Proprio nell'800, a seguito di questa "conquista di terre" si iniziano a vedere i frutti dell'aggressione operata ai danni del paesaggio e del sistema idrogeologico (disboscamenti, massimizzazione della produttività) con i primi fenomeni di erosione e di formazione dei calanchi.
Fino alla seconda guerra mondiale, la popolazione della campagna superava quella delle città e l'aumento demografico era direttamente proporzionale alla possibilità di estendere le terre coltivabili con acquisizioni delle proprietà ecclesiastiche (fino al XIX sec.), bonifiche delle aree paludose e disboscamenti nelle aree collinari. Ma quando questo fenomeno si blocca per la mancanza di ulteriori terreni da acquisire alla produzione, il rapporto tra aree agricole e coltivatori si interrompe.
L'inizio del XX° sec, vede il settore agricolo in una situazione di stasi, l'industria (pur se poco presente nelle marche meridionali) spinge la popolazione ad un progressivo inurbamento, soprattutto verso la zona costiera e i grandi centri. Il sistema mezzadrile risulta ormai superato, ma nelle nostre terre non si assiste ad una sua sostituzione o riforma. La villa diventa sempre più un luogo di villeggiatura per il proprietario.
Molti coloni si trasferiscono altrove in cerca di nuove terre, altri a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, iniziano a comprare le terre dai vecchi proprietari determinando la fine della mezzadria e il riappropriarsi della terra da parte di che la coltiva.
La produzione agricola non ha raggiunto alti livelli di automazione come in altre regioni italiane e probabilmente mai potrà farlo viste le difficili condizioni morfologiche. Lo sviluppo dell'industria e del terziario inoltre ha fatto diminuire fortemente i capitali ad essa destinati.
Poche sono le Ville che hanno mantenuto la loro vocazione agricola o di centro di riferimento politico-culturale, la maggior parte risultano destinate ad altre attività.

La villa rurale
Funzionalità e rappresentanza
Il controllo che il proprietario esercita sulle proprietà determina inizialmente (XVI sec.) il sorgere di strutture molto piccole come i casini di campagna dove l'aristocrazia si recava per la villeggiatura, per la caccia nei boschi di proprietà che circondavano i terreni coltivati e per poter dirigere e controllare il lavoro del fattore.
A partire dal XVII sec., nel momento in cui l'aristocrazia decide di allontanarsi per lunghi periodi dal centro cittadino, ormai controllato dal potere della chiesa che ne esclude qualsiasi attività politica, e necessita di abitazioni fastose e confortevoli, il casino si trasforma nella villa che oggi conosciamo.
Tra gli esempi più significativi di questi insediamenti troviamo: v. Rosati Sacconi (Cavaceppo), v. Sgariglia (Campolungo), v. Giulia (Monteprandone), v. Vinci (Cupramarittima), v. degli Aranci (Torre di Palme), v. S. Tommaso (Fermo), v. Materassi (Sant'Elpidio a Mare)
Il complesso rurale dove si trova la villa padronale rappresenta un centro nevralgico e strutturante per i vasti territori agricoli, troppo lontani dai centri urbani per essere gestiti. Si potrebbe quasi affermare che dal XVIII al XIX sec. il padrone rappresenta una sorta di feudatario e la villa il suo castello da dove tutto viene controllato. La vita in questo mondo rurale è estremamente specializzata e si rendono necessari spazi e ambienti diversi per funzioni differenti.
La villa rurale con gli edifici che la circondano, rispetta alcune caratteristiche comuni ai vari esempi. Funzionalità e semplicità sono le principali; le ville presentano poche differenze sostanziali l'una dall'altra, sono sempre caratterizzate da un unico blocco suddiviso all'interno in maniera piuttosto codificata e con un'estrema attenzione alla dimensione limitata degli ambienti. Ad eccezione delle ville più antiche e celebrative, gli spazi sono abbastanza ridotti e funzionali: un piano terra per il giorno e uno superiore per la notte. Bisogna tenere conto del fatto che la maggior parte viene costruita tra il XVIII e il XIX sec. il proprietario si preoccupa soprattutto che l'insieme sia comodo e funzionale alla gestione dell'attività agricola. Ciò non toglie che la villa costituisca sempre un edificio di rappresentanza dello stato sociale, ne sono testimonianza la cura per il giardino e la grandezza dell'edificio.

Distribuzione e localizzazione nel territorio [Sc. A.1 e A.2]
Le tre fasce geografiche, precedentemente ilustrate, sono importanti se lette in relazione alla tipologia e alla distriduzione delle ville nel territorio.
La fascia costiera è caratterizzata da ville costruite prevalentemente nel XIX sec. ed in alcuni casi agli inizi del XX sec. Non mancano esempi di più antica costruzione come v. Maggiori (Porto Sant'Elpidio) o v. Brancadoro (San Benedetto del Tronto). Le ville più antiche sono disposte di norma su poggi in prossimità del mare per poter controllare dall'alto tutti i terreni con una visuale a 360°, mentre le più recenti, anche in seguito alle bonifiche ottocentesche sono dislocate in pianura. Sono le dimore di campagna di quella borghesia arricchita che punta le proprie risorse sulla produzione specialistica di alcuni prodotti della terra. Sono ville di modeste dimensioni e che nascono anche per essere destinate alla villeggiatura. Gli appezzamenti di terra non sono molto vasti e molta cura è posta nella sistemazione dei giardini privati.
La fascia collinare è quella dove è maggiore la presenza di edifici rurali di più antica costruzione, dal XVII al XIX sec. I modelli sono diversificati, le dimensioni dell'edificio e dei possedimenti sono dei più vari anche a causa della frammentazione dei terreni. Come si può osservare dalle carte, queste ville si localizzano normalmente in prossimità delle principali vie di comunicazione che poi corrispondono agli alvei fluviali. La posizione tipica è sul declivio con l'ingresso rivolto a valle verso il fiume sottostante dov'è localizzata la maggior parte dei terreni. Un esempio molto chiaro di questa "urbanizzazione" lineare è evidente nella valle del Tronto tra Ascoli e Monteprandone.
La fascia montana è invece povera di dimore rurali per la difficoltà nei collegamenti con i principali centri abitati, un esempio è v. Gallo (Amandola). L'unica zona premontana dove sono presenti ville rurali è quella ascolana (località Cavaceppo e Mozzano del comune di Ascoli). Nell'area montana si trovano soprattutto case coloniche che dipendono anche da ville molto lontane.

Il complesso rurale, un modello d'insieme [Sc. A.3.1 e A.3.2]
All'interno del complesso rurale si riscontrano più strutture con funzioni specifiche che possono essere separate o inglobate in un immobile unitario.
Si è tentato di elaborare un modello per illustrare i principali sistemi di aggregazione, partendo dagli elementi che vi si ritrovano con maggiore frequenza.
La Villa Padronale: in molti casi rappresenta l'unico edificio presente sull'area privata del padrone e può avere dimensioni molto variabili in funzione della localizzazione e della vastità delle proprietà. In linea di massima è costituita da un solo blocco regolare, domina l'intera area o per la sua dimensione o perché posta su un livello più alto rispetto ai terreni circostanti.
La Cappella privata: è uno degli edifici specialistici più diffusi soprattutto nelle ville maggiori. È un simbolo del potere e del rispetto dell'autorità centrale. Qui si riunisce la famiglia padronale, con tutti i coloni che da essa dipendono, per le funzioni domenicali. Non costituisce solo un polo di aggregazione per la comunità ma anche uno strumento per il padrone di controllo dei movimenti delle "sue genti" che piuttosto che recarsi in paese per le funzioni religiose si recano nella cappella privata rimanendo sempre vicini al luogo di lavoro. Nelle residenze più antiche la cappella costituisce un corpo a sé come in v. Sgariglia (Ascoli Piceno), v. Bruti (Pedaso) o v. Maggiori (Porto Sant'Elpidio), quando si trova all'interno, in una stanza dedicata al culto, si configura come cappella privata (v. Del Bianco a Fermo).
La Scuderia: è presente solo nelle ville più importanti e fastose. In molti casi è ormai irriconoscibile perché l'avvento dell'automobile ne ha comportato lo smantellamento o la ristrutturazione per adattarla a nuovi usi, v. Maroni (Porto Sant'Elpidio). Nelle ville dove non era presente, i cavalli del padrone venivano comunque ospitati nelle stalle del colono.
La Serra: è un edificio molto specialistico che si ritrova solo nelle ville con grandi giardini disegnati. Alcune si sono dotate di questa struttura nel XVIII-XIX sec. in linea con la loro trasformazione in residenze stabili, alla realizzazione di giardini per il piacere della famiglia e dei suoi ospiti. Vedi v. S. Materassi (Sant'Elpidio a Mare), v. Pelagallo (Porto San Giorgio) o v. Seghetti Panichi (Castel di Lama).
Il Parco o Giardino: nessuna villa è sprovvista di un giardino seppur ridotto a dimensioni minime in funzione dello spazio disponibile. In un mondo incentrato sulla massima produttività era l'unico elemento che potesse consentire uno svago nelle lunghe giornate della famiglia padronale. Oggi il giardino risulta l'unica area di proprietà rimasta legata alla villa dopo la vendita dei terreni ed è quindi per molte residenze l'unico spazio aperto disponibile. Il Giardino si presenta in varie forme: disposizione libera, disegnata secondo le regole del giardino all'italiana o alla francese, con aiuole piuttosto che alberi e in taluni casi adornato di vasche e statue.Alcuni esempi: v. Nicolai (Monteprandone), v. Vinci (Cupramarittima) e v. Clarice (Porto San Giorgio). I giardini di alcune ville disposte lungo i crinali delle colline assumono una vera e propria funzione scenografica con i loro terrazzamenti che inquadrano ed esaltano la presenza della villa sullo sfondo come in v. Saladini Pilastri (Spinetoli) o v. Giulia (Monteprandone). Le essenze più diffuse sono: il pino marittimo, il pino domestico, l'abete e le palme oltre ai limoni e agli aranci per i giardini disegnati e in alcuni casi l'olivo.
Quando la villa era dotata di parco questo era sempre collegato ai boschi di proprietà, dove il padrone teneva le sue battute di caccia.
Il Cortile: lo spiazzo posto all'ingresso della residenza, in alcuni casi funge da punto focale di tutti gli edifici del complesso. È il luogo dove il padrone e i suoi ospiti vengono accolti, hanno il primo contatto con la proprietà.
La Casa del Colono: di norma è facilmente riconoscibile in quanto posta nelle immediate vicinanze della villa (v. Anna, Porto San Giorgio) ma sempre all'esterno dell'area di pertinenza di questa. Si sviluppa soprattutto a partire dalla metà del novecento quando il mezzadro ha iniziato ad acquistare le terre del padrone e ad acquisire una sua autonomia. È di forma compatta e presenta una scala interna od esterna in base alla localizzazione (collina, montagna) con un piano terra (anche loggiato) destinato alla lavorazione dei prodotti della terra. Se il fondo è molto vasto, si possono trovare più case coloniche, una per ogni famiglia che gestisce una parte del fondo. In alcuni casi sono facilmente individuabili grazie al toponimo che è sempre uguale, ad esempio: Case Laurenti, Case Vinci o Case Brancadoro.

La forma planimetrica e volumetrica
La classificazione delle ville in funzione dei caratteri tipologici può essere uno dei modi per individuare tante differenze, pur nel limite del concetto stesso di tipologia, sarebbe infatti più esatto parlare di forme planimetriche e volumetriche ricorrenti.
Le ville padronali dal punto di vista architettonico presentano caratteristiche formali e compositive che si ripetono, soprattutto quelle del XIX sec. seguono delle regole formali standardizzate derivanti da una cultura barocca in declino e mancano di originalità nella composizione dell'insieme.
Si possono individuare quattro principali forme della villa, ma bisogna tenere conto che molte ville, nella loro attuale configurazione, sono il frutto di modifiche avvenute a più riprese come può accadere in un palazzo urbano. La forma che quindi si va ad analizzare riflette l'ultima espressione di una evoluzione temporale a noi a volte sconosciuta.
Lo studio tipologico si limiterà ad analizzare le differenti tipologie generalmente legate all'ubicazione sul territorio, alla potenzialità produttiva e naturalmente alla condizione del fondo.
Le tipologie più frequenti sono le seguenti:
A Blocco: è una delle più diffuse e più semplici dal punto di vista volumetrico. Si configura come un edificio a base rettangolare di dimensioni molto variabili con un alzato composto e sobrio che può andare dai due ai tre piani. È tipica delle ville di pianura dove i possedimenti sono molto vasti: v. Brancadoro (San Benedetto del T.), v. Bruti (Pedaso). I due lati più lunghi costituiscono i fronti principali e sono trattati allo stesso modo, mentre gli altri due sono più semplici e sempre simmetrici. Una villa che si presenta con queste caratteristiche non ha generalmente subito modifiche nel tempo e quindi è riconducibile ad un unico progetto. Nella disposizione degli ambienti al piano terreno presenta, nella maggior parte dei casi, un androne centrale trasversalmente ai fronti principali che connette direttamente il cortile d'ingresso con il giardino privato retrostante v. Marina (Porto San Giorgio). La scala si pone quindi in una posizione asimmetrica ai lati dell'androne, nelle ville più imponenti si possono trovare due scale gemelle.
Nelle ville di pianura si può presentare l'esigenza di una torretta panoramica che viene quindi costruita al centro sopra il livello di copertura come in v. Trevisani (Porto Sant'Elpidio) e v. Azzolino (Grottammare). Nei casi di ville costiere (anche della prima fascia collinare), dal lato con vista mare è spesso presente un balconcino come in v. Leva (Porto Sant'Elpidio). La copertura può essere a due falde ma anche a quattro. [Sc. B.1.1]
Lineare: questo modello si configura con una pianta rettangolare molto allungata e presenta generalmente tre piani fuori terra per recuperare in altezza le ridotte dimensione planimetriche. È una soluzione tipica delle ville su crinale, laddove il terreno è in forte pendenza e risulta svantaggioso creare un grosso sbancamento per ottenere un piano sufficientemente ampio: v. Sgariglia (Campolungo) o v. Passeri (Altidona). A volte questa forma può essersi determinata in fasi successive della vita del manufatto, partendo da un edificio più piccolo al quale sono state affiancate due ali simmetriche; un'evoluzione che risulta comunque di non facile lettura visto che, nell'ultima fase, gli edifici sono stati sempre uniformati negli elementi decorativi al nuovo aspetto come in v. Anna (Porto San Giorgio) o v. Saladini Pilastri (Spinetoli). L'ingresso si presenta sempre nella zona centrale in posizione simmetrica a tutto il sistema compositivo della facciata. In questa tipologia di norma si configura una sola facciata principale, su uno dei lati più lunghi e più visibili, tutti gli altri lati sono trattati molto semplicemente in quanto meno visibili in lontananza. L'ultimo piano, nel lato più panoramico, può anche presentare un loggiato belvedere. [Sc. B.1.2]
A "C": non è un modello molto diffuso forse anche per la maggiore complessità formale e compositiva degli spazi interni e delle superfici esterne. Si presenta con varianti anche sostanziali. Alcuni esempi si ritrovano nella fascia costiera dove l'edificio è costituito da un blocco centrale più ampio, due ali laterali più strette con l'ingresso posto dal lato concavo, S. Maria al Poggio (Porto San Giorgio) e v. Panichi (Colli del T.). Il lato dell'ingresso è evidenziato da alcuni elementi come uno scalone centrale che riempie il vuoto della C o una terrazza al primo piano: v. Clarice (Porto San Giorgio). Il tutto si sviluppa generalmente in soli due piani che diventano tre (le cantine) nel caso l'edificio sia rialzato. In quasi tutti gli esempi il blocco centrale è interamente occupato da un salone delle feste vetrato dal lato opposto all'ingresso. La copertura è più complessa con una falda per ogni lato e un cornicione che corona l'intero edificio. [Sc. B.1.3]
Composita: è un esempio piuttosto diffuso soprattutto tra le ville costruite tra il XVII e il XVIII sec. caratterizzate da linee più severe e pochi elementi decorativi. L'edificio è composto da tre blocchi, uno centrale di circa tre piani (a volte più ampio in pianta) e due ali che seguono sempre il senso longitudinale del primo blocco ma si presentano con un piano in meno: v. Saladini di Rovetino (Spinetoli), v. Priori (Monsampolo del T.). Il risultato finale è quello di un edificio allungato, simmetrico e con un tronco centrale più alto. È un tipo di struttura che può essere nata in più modi: prima il blocco centrale poi le due nuove ali, prima una struttura lineare allungata e poi rialzata in centro, oppure direttamente con questa forma. La copertura è molto semplice, a due sole falde per ogni blocco, in alcuni sopra una delle due ali si può trovare una terrazza, v. Montana (Altidona) e v. Bezzi (Porto Sant'Elpidio). [Sc. B.1.4]

Elementi decorativi e compositivi delle facciate
Nel sistema decorativo delle facciate, si ritrovano i canoni tipici dell'architettura palaziale cittadina secondo tecniche e forme alquanto standardizzate ma con alcuni casi molto più complessi che riescono a conferire alla villa una sua originalità ed una sua libertà formale.
La composizione dei prospetti esterni si può dividere in due grandi categorie.
La prima si contraddistingue per l'uso di elementi architettonici tipici dell'architettura urbana quali le modanature delle aperture, la fascia marcapiano e il cornicione modanato. La disposizione delle finestre e le loro dimensioni sono piuttosto semplici e ripetitive rispettando i canoni della simmetria e dell'assialità tra le aperture. Le mostre delle aperture sono nella maggioranza dei casi delle semplici cornici a sezione rettangolare, ma in alcuni casi possono essere elaborate con modanature realizzate in mattone a vista in travertino o anche a stucco. Alcune strutture di questo tipo sono per esempio v. Bruti (Pedaso), v. Ricci (Ascoli Piceno), v. Leva (Porto Sant'Elpidio).
L'edificio non si distingue tanto per una ricerca decorativa specifica quanto per la sua dimensione; il semplice apparato decorativo rappresenta comunque un valore aggiunto rispetto al contesto. Alcuni di questi edifici possono essere poi nobilitati da elementi esteticamente più di impatto quali uno scalone all'ingresso come in v. Mancini (San Benedetto del T.) o v. Cicchi (Monteprandone); oppure un loggiato con balcone sempre sull'ingresso come in v. Marcatili (Ascoli Piceno). [Sc. B.2.1]
Altre ville invece presentano una maggiore complessità decorativa che partendo dall'uso di paraste angolari e portali d'ingresso monumentali come in v. Marina (Porto San Giorgio) o v. Laureati (Grottammare), arriva fino ad un disegno con più ordini sovrapposti per v. Ravenna (Grottammare) o ordini giganti e suddivisione delle fasce con bugnati e sfondati intonacati come per v.Vinci (Cupramarittima), v. Santa Maria al Poggio e v. Clarice (Porto San Giorgio). [Sc. B.2.2]
In quest'ultima categoria potrebbero rientrare anche le rarissime ville nelle quali l'apparato decorativo è nobilitato da specchiature o fasce dipinte e dall'uso attento dei colori degli intonaci come in v. Nicolai e v. Piccinini (Monteprandone) o v. Saladini di Rovetino (Spinetoli); oppure da festoni scultorei militareschi come in v. Pelagallo (Porto san Giorgio). In pochi edifici, come v. Sgariglia (Ascoli Piceno), tutto l'apparato architettonico, dalle mostre delle aperture ai bugnati angolari, è dipinto con vivaci colori. [Sc. B.2.3]
Un elemento fortemente caratterizzante è il portale monumentale. Il più delle volte questo oggetto scultoreo è eseguito con materiale lapideo o laterizio faccia a vista (con giunto minore di 1 mm) e denota oltre che una certa ricercatezza formale anche un'ottima qualità esecutiva. Gli esempi più importanti si ritrovano in v. Marina (Porto San Giorgio), v. Brancadoro (San Benedetto del T.), v. Rutigliano e v. Barruchello (Porto Sant'Elpidio). [Sc. B.2.4]
Un apparato decorativo molto ricorrente e che in alcuni casi può rientrare nella stessa composizione della facciata è la meridiana sia lapidea che dipinta, molto utile per la scansione della giornata lavorativa del complesso rurale; non a caso infatti si ritrova nelle ville più antiche e con grandi possedimenti come v. Bruti (Pedaso), v. Giulia (Monteprandone) e v. Il Castellano (Porto sant'Elpidio). [Sc. B.2.4]

I materiali nel loro impiego strutturale e decorativo
Il materiale predominante nella realizzazione della struttura portante delle ville è il laterizio. Data la distanza delle strutture dai centri abitati, si può ipotizzare che i mattoni impiegati venissero prodotti in occasione dell'edificazione della fabbrica stessa e in una zona ad essa prossima. Di questa piccola produzione, i mattoni di prima scelta dovevano servire per l'edificazione della casa padronale, quindi tutto il resto del materiale era destinato alla costruzione degli annessi di servizio e della casa del colono.
A questa ipotesi generale va poi affiancata l'osservazione caso per caso in quanto molte delle ville costruite prima del XIX sec. sono state edificate ampliando o innalzando casini di caccia, case coloniche preesistenti o in rari casi piccoli insediamenti conventuali, è il caso di v. Rosati Sacconi (Ascoli Piceno), v. Anna (Porto San Giorgio) e v. Brancadoro (Sant'Elpidio a Mare). Questo utilizzo di una preesistenza si riconosce sia nello studio delle fondazioni o dei sotterranei (ove presenti) sia dai materiali impiegati. Nel caso di v. Anna, per esempio, la zona basamentale del fronte nord (secondario), presenta una muratura mista di conci di arenaria a spacco e mattoni, sicuramente di riutilizzo, che sono differenti da quelli più regolari impiegati nel lato principale a sud.
Per quanto riguarda le ville costruite nel XIX sec. si può ritenere con una certa sicurezza che i laterizi impiegati fossero di produzione semi industriale e provenissero dalle fornaci più vicine alla fabbrica. In queste ville si riconosce infatti un mattone più regolare, una minor presenza di laterizi ferrigni o creoli, più omogenei nella colorazione e quindi nella cottura.
Nel colore dei mattoni si ha una prevalenza di variazioni tra il color paglia e l'aranciato, tipici della provincia presenti anche nei centri urbani. Le differenti variazioni di colore dipendono dalla cottura più o meno corretta ma permangono sempre su tonalità di colore chiaro dovuto alla presenza sul territorio locale di argille gialle molto grasse. Questi mattoni non vengono posati secondo regole specifiche e presentano sempre giunti di malta medi (1-2 cm) denunciando quindi la presenza di un'eventuale finitura con intonaci o scialbature.
Ma esistono anche laterizi chiaramente impiegati per un uso a faccia a vista, utilizzati nell'elaborazione di portali e finestre. Questi mattoni sono di dimensioni maggiori, si presentano molto più regolari e definiti in quanto la loro posa in opera prevede giunti ridottissimi (1-2 mm) per ottenere un aspetto scultoreo, quasi lapideo, infine hanno una colorazione rosata o rossa per la presenza di minerali ferrosi come addittivi. L'attenzione posta nell'esecuzione di queste cortine a vista è talvolta notevole e denota anche una cura del particolare, ne sono un esempio i due portali dell'androne di v. Marina (Porto San Giorgio) eseguiti con un bugnato di colore rosso/giallo fronteggiato da due colonne doriche che sorreggono il balcone realizzate con mattoni rosati più alti, o quelli di v. Bartolucci (Sant'Elpidio a Mare) e v.Sassatelli (Fermo)
Come si dirà nel paragrafo relativo alle tecniche di finitura, l'apparato decorativo in laterizio nella maggioranza dei casi si presenta ormai spogliato di qualsiasi finitura ma ci sono casi in cui sono state individuate scialbature bianche che cercano di simulare un apparato lapideo coprendo una apparecchiatura di mattoni a vista. [Sc. C.1.1]
Il lapideo rappresenta il secondo materiale più diffuso nella realizzazione delle ville e nella quasi totalità dei casi si tratta di travertino. Il travertino è uno dei rari lapidei sfruttati per attività edilizie nella provincia ascolana ed è presente come materiale costruttivo e strutturale nei centri prossimi al capoluogo. La difficoltà dei collegamenti via terra dalle cave di estrazione a zone lontane da Ascoli hanno da sempre orientato i costruttori a preferire il laterizio.
La cesura tra una realtà di pietra (l'area collinare e montana del Tronto in prossimità di Ascoli) ed una di mattoni (il resto della provincia) riscontrabile nell'edilizia cittadina, si ritrova anche nelle ville rurali e ha determinato una differenziazione nell'impiego del travertino. Nell'area ascolana prossima al fiume Tronto, questo materiale viene utilizzato sia dal punto di vista strutturale che decorativo come in v. Alvitreti e v. San Paolo (Ascoli Piceno) o v. Saladini Pilastri (Spinetoli); dove persiste comunque un leggero utilizzo del laterizio per modanature o per regolarizzare le fasce della muratura. Le pietre impiegate per la cortina muraria sono di norma a spacco e di varie pezzature tanto da richiedere giunti di malta anche molto alti.
Nel resto della provincia il travertino si ritrova utilizzato solo negli elementi decorativi quali mostre di porte e finestre, fasce marcapiano, cornicioni, elementi a bugnato di portoni o ringhiere di balconcini. Ne troviamo degli esempi in v. Brancadoro (San Benedetto del T.), v. Laureati (Grottammare), v. Baruchello (Porto Sant'Elpidio), v. Lina (Montegranaro) e v. Papetti (Fermo).
Nell'area nord della provincia (Fermano e Sant'Elpidio a Mare) si trovano alcune tracce dell'uso di blocchi di arenaria utilizzata normalmente in zone basamentali. come in v. Anna (Porto San Giorgio).
Si tratta senza dubbio di materiale di recupero da fabbriche medievali distrutte o sulle quali è stata edificata la villa. L'arenaria, molto impiegata dai romani, veniva sfruttata principalmente per la costruzione delle mura di cinta (se ne hanno molte tracce nei centri urbani della provincia) ed è quindi probabile che, nel caso in cui la villa sia stata eretta in un'area già edificata, venissero impiegati materiali di riciclo soprattutto lapidei per le strutture di fondazione e basamentali. Maggiori tracce di uso dell'arenaria si riscontrano nelle case coloniche dove meno attenzione si poneva all'omogeneità strutturale. [Sc. C.1.2]

Le tecniche e i materiali di finitura [Sc. C.2.1 e C.2.2]
Nello studio della composizione delle facciate e dei materiali costituenti non può mancare una breve analisi delle tecniche di finitura. In tal senso la villa costituisce per noi una testimonianza importantissima dell'aspetto finale che i costruttori antichi davano ai manufatti edilizi. Oggi, nei centri urbani, gli edifici si ritrovano, nella quasi totalità, spogliati di un patrimonio culturale, compositivo ed estetico importantissimo: gli intonaci, i colori e le pitture decorative. Molte ville conservano ancora tracce evidenti o meno di questo aspetto architettonico a lungo svalutato.
In numerosi casi si fa largo uso di intonaci per uniformare la facciata con colori chiari (bianchi, aranci, gialli o rosati) o scuri (rossi, terra di siena) e mettere in evidenza le modanature di porte e finestre realizzate in pietra o laterizio a vista. Si veda in tal senso, v. Clarice (Porto San Giorgio), v. degli Aranci (Fermo), v. Riccardi-Grizi (Fermo), v. Marina e v. Il Catellano (Porto Sant'Elpidio), v. Alvitreti (Ascoli Piceno). Il contrasto tra sfondato ed ordini architettonici può essere enfatizzato mimetizzando il materiale povero (il mattone delle mostre) con un intonaco bianco ad imitazione della pietra, secondo il gusto rinascimentale e settecentesco, come in v. Giulia (Monteprandone), v. D'Allocco (Cupramarittima); oppure invertendo i cromatismi (scuro su fondo bianco) secondo la moda ottocentesca come in v. Bruti (Pedaso) e v. Bruti (Grottammare).
In v. Cesari (Folignano) e v. Malerbi (Cupramarittima) si ha un esempio molto semplice di colorazione differenziata di uno stesso intonaco: il fondo è in ocra mentre le mostre delle finestre, gli spigoli e il cornicione sono evidenziati con fasce bianche conferendo, ad una facciata molto semplice e senza elementi scultorei, un aspetto compositivo nobilitante.
Sono forse da ritenersi meno esatti i casi, molto diffusi, di intonacatura delle sole imposte di aperture lasciando uno sfondato in mattoni (non posati per essere a vista): v. Sgariglia (Grottammare) e v. Rutigliano (Porto Sant'Elpidio): oppure di intonacatura indifferenziata a tinta unica anche in presenza di elementi decorativi in rilievo: v. Piediprato (Spinetoli) o v. Leva (Porto Sant'Elpidio).
Un'altra tecnica impiegata per l'apparato decorativo (marcapiani, cornicioni e finestre) in laterizio è la scialbatura: calce diluita in acqua e con eventuale aggiunta di polvere di marmo . Questa, come insegnano i casi riscontrati anche nell'architettura urbana, veniva utilizzata per simulare un materiale lapideo, in particolare il marmo, sfruttando una base di mattoni posati a vista. Nella sua semplicità la scialbatura, conferisce ad una facciata interamente in mattoni una nuova espressività e un valore aggiunto dovuto alla rivalutazione dei partiti architettonici. Alcuni esempi: v. Cicchi (Monteprandone), v. Vinci (Cupramarittima), v. Brancadoro (S. Benedetto del T.)
Gli esempi decorativi più interessanti sono rappresentati da alcune ville dove l'intonaco non è semplicemente colorato a tinta unica ma presenta anche zone dipinte ad imitare elementi architettonici scultorei, bugnati con ombre o fascioni a motivi geometrico-floreali: v. Saladini di Rovetino (Spinetoli), v. Sgariglia (Ascoli Piceno), v. Nicolai (Monteprandone) e v. Piccinini (Monteprandone).
Non manca infine un ultima tecnica di finitura, una fase tipica del Barocco, di totale mimesi dei materiali grazie all'uso di intonaci e stucchi a base gessosa che vengono modellati plasticamente per ottenere partiti decorativi. Con questo materiale si può realizzare anche l'intero apparato architettonico di una facciata creando sulla superficie in mattoni un bugnato basamentale o d'angolo e le modanature di porte e finestre come si vede in v. Maroni (Porto Sant'Elpidio).

Problematiche di restauro
Il restauro ed il recupero di una villa rurale sono questioni molto delicate e che ancora non trovano chiare risposte. Come per qualsiasi edificio storico il problema non si può limitare unicamente all'analisi dell'aspetto estetico, esterno od interno, ma un problema forse più complesso è l'analisi funzionale e la conservazione di un'identità tipologica.
Questi edifici sono nati per svolgere due funzioni principali: la residenza del proprietario e la direzione della produzione agricola. Per questi due scopi sono state progettate.
In quest'ottica i casi si dividono in due grandi ambiti: le ville che per loro fortuna hanno mantenuto una o entrambe le funzioni e le ville che si ritrovano invece ormai sradicate dal loro contesto naturale e private della loro funzione. Nel primo caso il progettista si dovrà occupare principalmente di una manutenzione, ordinaria o straordinaria, senza la necessità di sconvolgere la distribuzione dei vani e l'assetto strutturale. Il secondo caso risulta invece il più complesso. La villa deve essere riconfigurata per ospitare, a volte, funzioni molto diverse e che non hanno alcun rapporto con quelle originarie. È il caso di alcuni edifici che sono stati trasformati in comunità di recupero, case di riposo e talvolta alberghi, strutture ricettive, centri culturali o discoteche.

Le schede tematiche
Sono state elaborate 17 schede nelle quali vengono presentati, suddivise per temi sulla base delle tipologie sopra esposte.
La trattazione nelle schede richiama sinteticamente i concetti già espressi per lasciare spazio all'apparato grafico e fotografico che permette di collegare le descrizioni alle immagini di ville del territorio in esame. Le schede affrontano per gradi successivi il tema villa, dall'inquadramento territoriale regionale fino ai materiali e alle finiture impiegati.
L'ultima scheda presenta infine l'elenco completo delle 138 ville finora individuate delle quali 134 sono state georeferenziate a cura del S.I.T. della provincia di Ascoli Piceno.

Bibliografia sintetica

  • G. VOLPE - Case torri e colombaie, itinerari attraverso l'architettura rurale nelle marche - Maroni edit., 1983
  • S. ANSELMI (a cura di) - Insediamenti rurali, case coloniche, economia del podere nella storia dell'agricoltura marchigiana - Cassa di Risparmio di Jesi, 1985
  • S: ANSELMI, G. VOLPE - L'architettura popolare in italia "Marche" - Editt. Laterza, 1987
  • A. PASQUALI - Ville e trasformazioni agrarie nel fermano, in Studi Urbinati, anno LXVI - Università degli Studi di Urbino 1993
  • B. EGIOLI - La Mezzadria e le sue case, in P. VECCHI (a cura di) Atlante dei beni culturali dei territori di AscoliPiceno e Fermo - Provincia di Ascoli Piceno, 1998
  • P. PERSI, A. PASQUALI - Ville e residenze gentilizie nel territorio fermano - Università degli Studi di Urbino, 1996
  • P. PERSI, S. ANGELLINI - Ville, case di villeggiatura e residenze padronali nel territorio di Ascoli Piceno - Università degli Studi di Urbino, 1998
  • P. PERSI, L. MICHELANGELI - Ville e grandi residenze di campagna tra menocchia e bassa valle del tronto - Università degli Studi di Urbino, 1999
  • F. MARIANO, S. PAPETTI(a cura di) - Le ville nel piceno, architettura giardini paesaggio - Silvana editoriale, 2001
  • C. TAGLIAFERRI - I casali della campagna romana - Regione Lazio, stampa I.G.E.R.

[1] Persi-Angellini, Ville, case di villeggiatura e residenze padronali nel territorio di Ascoli Piceno.

 

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