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“… Eppure l’Italia ha legami antichissimi con l’Albania. Nell’impero romano, nel medioevo e sino alla occupazione turca lo scambio è stato continuo. La Repubblica di Venezia ha difeso le terre d’Albania. C’è un atteggiamento nobile degli albanesi verso gli italiani, una specie di apertura spirituale, di attesa. Dall’altra parte sempre disprezzo. Gli albanesi non sono lontani come i tunisini, i libici, sono familiari all’Italia, abitano da secoli terre italiane, hanno trovato rifugio in Italia, fanno parte della storia italiana, un milione di italiani hanno fatto la guerra in Albania e contro l’Albania, centinaia e centinaia vi si sono sposati. Oggi lo scambio di interessi è ancora più vivace. Non si può avere un paese davanti e dire non lo conosco”.

Così Ismail Kadaré descrive i rapporti fra Italia ed Albania al termine di una lunga intervista rilasciata a Piero Del Giudice sulla rivista Galatea.
Possiamo dire con sicurezza che i rapporti fra le Marche e l’Albania sono stati molto stretti nel corso degli ultimi anni, con uno scambio di interessi veramente vivo.
Il lungo percorso di avvicinamento e di conoscenza reciproca ha dato i suoi frutti: il primo è rappresentato dalla predisposizione di uno strumento fondamentale per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio architettonico ed urbanistico, e cioè il Piano di Recupero del centro storico Gjirokastra; il secondo, prendendo spunto da problematiche condivise fra i due territori transfrontalieri legate alle caratteristiche di sismicità dei luoghi, è costituito dai risultati del progetto TRANSISMIC.
La redazione di un piano di recupero del centro storico e le successive fasi di approvazione e attuazione dello stesso presuppongono un atteggiamento di amore per la città storica. Si ha cura di qualcosa che si ama, di cui ci si sente parte e che si vuole condividere, contribuendo a farla migliorare, rimediando ai suoi mali, correggendone le condizioni negative.
Il riconoscimento degli antichi abitati come testimonianza storica permette di passare da un'idea di salvaguardia dei soli contenuti artistici a un'estensione in difesa dei documenti della storia, intesi appunto come beni culturali.
Questo significa superare l'idea di una tutela che si attua per episodi, giungendo ad inquadrare i problemi in termini più generali di contesto.
Hanno senso e importanza non solo il valore artistico ma, soprattutto, il documento materiale.
La tutela non si risolve solo nell'intervento sul singolo oggetto, non ruota più intorno al capolavoro, al monumento, all'oggetto d'arte, ma si rivolge al documento ed al contesto stratificato.
Conservare il centro storico significa riconoscere l’importanza della trasmissione alle generazioni future del significato e del valore di un patrimonio culturale.
Da parecchi anni in Europa, ed in particolare in Italia, l’attenzione si è concentrata sui centri antichi e storici, sull’importanza di conservare la memoria che vuol dire conservare i segni fondamentali, anzi metterli ancora più in evidenza, se occorre, e renderli più fruibili.
Si registra una sempre maggiore attenzione nei confronti di quello che è stato a ragione definito come patrimonio culturale costruito (Lichfield, 1988).
I singoli edifici di interesse monumentale e il loro intorno storicamente consolidato sono oggi oggetto di diffuso interesse, proprio per le caratteristiche culturali che gli si riconoscono, e quindi per gli aspetti testimoniali, documentari, estetici che ci coinvolgono direttamente e di cui si pone l'esigenza di trasmissibilità alle generazioni future e alla loro cultura.
Non a caso, infatti, la Dichiarazione di Amsterdam del 1975 definisce il patrimonio architettonico dell'Europa "insostituibile ....per l'arricchimento della vita di tutti i popoli, nel presente e nel futuro".
E nella Carta europea del patrimonio architettonico, promulgata sempre nel 1975 ad Amsterdam, si riconosce al patrimonio architettonico la capacità di rappresentare un ambiente fondamentale per l'equilibrio e lo sviluppo culturale dell'uomo, costituendo un elemento essenziale della memoria dell'uomo attuale, che, qualora non fosse trasmesso alle prossime generazioni nella sua ricchezza e nella sua diversità, priverebbe l'umanità della coscienza del suo futuro.
La conservazione di una architettura storica presuppone il riconoscimento a questa di un valore particolare che può essere artistico, documentario, e quindi estetico o storico; si tratta quindi di attribuire a tale edificio il significato di opera d'arte e/o di testimonianza storica.
Già nel 1967 la Commissione parlamentare di indagine sulla condizione dei beni culturali in Italia (Commissione Franceschini) dichiarava di voler riconoscere al patrimonio storico, archeologico, artistico e paesistico un preminente valore di civiltà, assoluto, universale e non transeunte, tale da caratterizzarlo come patrimonio dell'umanità di cui ogni possessore singolo, ogni Paese, ogni generazione debbono considerarsi soltanto depositari, e quindi responsabili di fronte alla società, a tutto il mondo civile e alle generazioni future.
La stessa commissione affermava, inoltre, che la coscienza dei valori supremi ed insostituibili del patrimonio storico, archeologico, artistico e paesistico deve essere presente a ciascun cittadino, come elementodella sua educazione civica e come dovere umano, costituendo un impegno di condotta che è condizione essenziale perchè le leggi di tutela e, in generale, l'azione pubblica in materia conseguano il loro fine.
Nel 1972 con la Carta italiana del restauro vengono impartite le prime istruzioni per la tutela degli antichi nuclei urbani, specificando a chiare lettere che ai fini dell'individuazione dei centri storici, vanno presi in considerazione non solo i vecchi “centri” urbani tradizionalmente intesi, ma – più in generale- tutti gli insediamenti umani le cui strutture, unitarie o frammentarie, anche se parzialmente trasformate nel tempo, siano state costituite nel passato o, tra quelle successive, quelle eventuali aventi particolare valore di testimonianza storica o spiccate qualità urbanistiche o architettoniche.
Il carattere storico va riferito all'interesse che gli insediamenti presentano quali testimonianze di civiltà del passato e quali documenti di cultura urbana, anche indipendentemente dall'intrinseco pregio artistico o formale o dal loro particolare aspetto ambientale, che ne possono arricchire o esaltare ulteriormente il valore, in quanto non solo l'architettura, ma anche la struttura urbanistica possiede, di per se stessa, significato e valore.
Prima che si sviluppasse un’attenzione forte su questo tema, i centri storici erano stati oggetto di saccheggi sommari: era frequente vedere edifici complessi, tipologicamente e morfologicamente interessanti, contraddetti da demolizioni sommarie e da ricostruzioni prive di qualsiasi attenzione. La totale disattenzione si è trasformata, successivamente, quasi in una mummificazione dei centri storici.
Ma a voler conservare “com’era, dov’era”, si finisce per impedire una reale utilizzazione flessibile e progressiva come vorremmo.
È necessario, invece, favorire quelle trasformazioni che conservino la memoria del passato, ma nello stesso tempo consentano anche lo sviluppo delle attività proprie del nostro modo di vivere e di essere.
In alcune città europee si sono fatti interventi molto significativi nei centri storici che hanno saputo difendere il passato senza limitare gli sviluppi e le trasformazioni.
La condizione indispensabile perché i centri storici vengano conservati e vivano è quella di favorire l’uso e la fruizione più ampia degli spazi. Senza la presenza costante di persone che in quei luoghi risiedano, in assenza di attività, questi patrimoni non potranno essere trasferiti nel tempo.
Non va inoltre dimenticato che il patrimonio architettonico costituisce un capitale, oltre che spirituale e culturale, anche economico e sociale di valore insostituibile.
L'insieme di architetture storiche determina le condizioni ideali per lo sviluppo di una larga gamma di attività, e può facilitare una buona distribuzione delle funzioni e l'integrazione più ampia delle popolazioni all'interno della città.
Solo un'approfondita conoscenza di tutti gli aspetti che fanno parte della vita degli antichi abitati può portare alla realizzazione della tanto auspicata conservazione integrata, intesa come "risultato dell'uso congiunto della tecnica del restauro e della ricerca delle funzioni appropriate", come previsto dalla Carta di Atene nel 1931.
Non si può assolutamente pensare che tutela significhi intangibilità; il lavoro di ricerca deve trovare la maniera di rendere le trasformazioni compatibili con la natura dei luoghi.
Il degrado dell'architettura storica può essere inteso come una generale inefficienza delle fabbriche e del loro intorno: inefficienza dello schema statico e della garanzia di qualità dei materiali, inefficienza dell'immagine, inefficienza nel funzionamento delle singole componenti, inefficienza nel garantire condizioni minime di vivibilità, inefficienza nel garantire e incentivare attività economiche e nell'attivare condizioni sociali in grado di migliorare in maniera equa la qualità della vita.
Il degrado di un centro storico è quindi un fenomeno complesso, alla cui definizione confluiscono diversi fattori: tecnologico, estetico-culturale, funzionale, ambientale, finanziario, economico e sociale.
Poiché generalmente l’obsolescenza fisica di un bene, cioè il decadimento e la sua distruzione, consegue da quella economico-ambientale dell’area in cui esso è inserito, cui segue generalmente quella posizionale e quindi quella funzionale, è evidente l’insufficienza di interventi rivolti esclusivamente agli effetti, senza agire contemporaneamente anche sulle cause del degrado.
Alla luce di quanto detto, il piano di recupero risulta uno strumento fondamentale per la salvaguardia e la valorizzazione dei centri storici, che, partendo da un’attenta analisi e valutazione del patrimonio esistente, supera la visione di interventi su singole emergenze per allargare l’attenzione all’intera struttura urbana storica ed ai suoi collegamenti con la restante nuova città.
Dati la rapidità delle trasformazioni, la molteplicità degli interessi coinvolti, il valore delle risorse in gioco, è necessario che i piani di recupero divengano operativi nel più breve tempo possibile dopo la loro redazione, per evitare che le valutazioni e le indicazioni invecchino prima di poter essere applicate.
Dalle problematiche legate alle caratteristiche che accomunano i centri storici di Italia e Albania è nato il progetto TRANSISMIC, che si è occupato in maniera specifica delle problematiche sismiche.
Il senso profondo di un’iniziativa come quella del progetto TRANSISMIC non sta solo nel valore scientifico della rilevazione, della elaborazione dei dati, della creazione di un modello: in tal senso il lavoro è stato lungo e complesso, ma visti i risultati finali, sicuramente soddisfacente.
Il vero valore di iniziative di questo genere sta nell’individuazione di problematiche comuni a paesi che si fronteggiano sullo stesso mare, nella condivisione e nel confronto per rilevare gli elementi concordi e discordi, nella ricerca di un linguaggio comune che abbia come fondamento il riconoscimento della reale valenza dei nostri centri storici.
I centri storici non esistono per nostri meriti, costituiscono per tutti noi un patrimonio che abbiamo semplicemente ereditato e che abbiamo il dovere di trasmettere in tutto il suo valore alle generazioni future.
Non produce risultati positivi il blocco e la conservazione nelle informazioni e nelle attività della burocrazia.
Lo sviluppo degli strumenti, delle informazioni, della conoscenza può avvenire solo se siamo in grado di mettere a disposizione le informazioni e di comunicarle, vincendo le resistenze e le chiusure proprie della struttura burocratica di alcuni sistemi pubblici.
Accedere in modo libero alle informazioni può rendere possibile a ciascuno lo sviluppo delle proprie attività.
Il progetto TRANSISMIC si conclude con questa pubblicazione.
Dopo il progetto TRANSISMIC ci auguriamo si possa proseguire a lavorare in collaborazione per accrescere la conoscenza reciproca, la sensibilizzazione della società civile, delle organizzazioni private e delle autorità pubbliche al valore dei centri storici, impegnandosi a prestarsi assistenza reciproca dal punto di vista tecnico e scientifico, a favorire gli scambi di specialisti per la formazione e l’informazione, riconoscendo che la qualità e la diversità dei nostri centri storici costituiscono una risorsa per tutta la collettività, per la cui salvaguardia, gestione e pianificazione occorre cooperare.

Liliana Ruffini

 

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